Filosofia e Storia della letteratura: filosofia tomismo. Gli autori e scrittori del passato che hanno contribuito alla cultura dell'uomo
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TOMMASO D'AQUINO

Tommaso nasce dai conti d'Aquino a Roccasecca in Cassino nel 1225. Compì i suoi primi studi universitari a Montecassino, in seguito studiò a Napoli le arti liberali ed entra a far parte dell'ordine dei Domenicani: quindi studiò all'università di Parigi come allievo di Alberto Magno, che seguì a Colonia per tornare poi successivamente a Parigi, dove ottenne i riconoscimenti accademici e fu nominato maestro presso la facoltà di teologia. Dopo il 1260 giunse in Italia, dove si occupò dell'organizzazione degli studi dell'ordine domenicano . Fu questo il periodo più fecondo per la produzione delle sue opere teologiche. Nel 1269 tornò a Parigi dove riprese, per tre anni circa, l'insegnamento della teologia. A causa delle pressanti richieste di Carlo di Sicilia, fratello di Luigi IX di Francia, accettò la cattedra dell'università di Napoli: nel 1274, mentre si recava al Concilio di Lione, fu colpito dalla malattia che in pochi mesi lo condusse alla morte.

Le sue opere più importanti sono: Commenti ai Quattro libri delle sentenze di Pietro Lombardo , i Commenti alla logica, fisica, etica e metafisica di Aristotele, il Commento all'opera dello Pseudo Dionigi e alla Scrittura, la Summa contra gentiles cominciata a Parigi e terminata a Roma nel 1264, la Summa theologica , la sua opera più importante, iniziata nel 1265 e non conclusa; le Questioni e numerosi opuscoli di cui il più importante è il De unitate intellectus contra averroistas .

L'opera di Tommaso d'Aquino è finalizzata essenzialmente alla definizione del rapporto fra ragione e fede. La conoscenza di Dio è superiore alle possibilità umane, e può essere compiutamente realizzata solo tramite la fede; tuttavia la ragione non è priva di ogni utilità rispetto alla fede, in quanto contribuisce alla dimostrazione dei cosiddetti preambula fidei, cioè quelle verità che sono fondamentali per l'accettazione dei contenuti della rivelazione: la dimostrazione dell'esistenza di Dio ottenuta tramite l'osservazione delle cose da lui create, pone il fondamento per l'accettazione della rivelazione; inoltre la ragione può rendere più accessibili le verità rivelate e permette di difenderle contro ogni attacco da parte degli eretici o dei non credenti. La conoscenza razionale trova il suo limite nel fatto che è condizionata dai sensi, tuttavia in questo ambito, che le è proprio, essa può determinare una conoscenza vera, poiché agisce secondo i criteri determinati da Dio stesso e non può essere quindi in contrasto con la fede. Se questo contrasto si verifica, ciò è dovuto a errori nel corso del processo conoscitivo, che deve comunque condurre a risultati analoghi ai contenuti della rivelazione.

Se la ragione può dimostrare a posteriori l'esistenza di Dio, non ne può comunque definire l'essenza, che è oggetto della rivelazione: “ L'uomo non può giungere con la ragione naturale alla conoscenza di Dio se non attraverso le creature. Le creature conducono alla conoscenza di Dio, come l'effetto conduce alla causa. Si può dunque con la ragione naturale conoscere di Dio solo ciò che necessariamente gli compete in quanto è il principio di tutte le cose esistenti ” ( Summa theologica , I, q. 32, a. 1).

La conoscenza razionale determina facilmente nell'uomo una certezza, in quanto è oggettiva e verificabile; la conoscenza che si raggiunge tramite la fede non può essere completamente dimostrata né dai sensi né dall'intelligenza, e richiede quindi un atto di volontà, che implica l'accettazione di una verità che supera le possibilità umane di controllo: “ Questo atto che è il credere, include l'adesione ferma a una parte; nel che il credente è simile a chi ha scienza o intelligenza; la sua conoscenza tuttavia non è perfetta come quella di chi ha una visione evidente; nel che è simile a chi dubita, sospetta od opina. E così è proprio del credente pensare con assentimento ” ( Summa theologica , II, q. 2, a. 1).

La validità della conoscenza razionale , nell'ambito che le è proprio, è determinata dalla capacità dei sensi di percepire le forme materiali e dalla capacità dell'intelletto di percepire le forme intelligibili , secondo il principio affermato da San Tommaso: “ cognitum est in cognoscente per modum cognoscentis ”, secondo il quale la conoscenza è possibile per l'affinità esistente fra l'apparato conoscitivo dell'uomo e la realtà. La conoscenza è basata su un processo di astrazione in base al quale le forme esistenti nelle cose vengono separate dalle cose stesse e considerate come universali. In conseguenza di queste considerazioni san Tommaso precisa che ciò che determina le caratteristiche particolari di ciascun individuo non è la materia comune a tutti gli individui di una stessa specie (ad esempio il legno degli alberi), ma la “ materia considerata sotto determinate dimensioni ” ( De ente et essentia, 2) proprie di ogni individuo. La forma conosciuta per astrazione si identifica quindi con l'universale, che, in quanto reale, solo nel singolo individuo risulta in re, mentre è post rem nell'intelletto umano, e ante rem nella mente divina, come “idea” delle cose. La verità consiste nell'adeguarsi dell'intelletto alla cosa; infatti, l'intelletto ha la possibilità di agire solo adeguandosi al reale; La conoscenza divina si differenzia da quella umana in quanto è una conoscenza totale che può comunicare alle cose l'essere e si attua in modo immediato: l'intelletto umano, invece, raggiunge la conoscenza tramite fasi successive in cui vengono affermate o negate proposizioni e questo procedimento, condotto in modo inadeguato, può dare origine all'errore.

• San Tommaso attua una modifica fondamentale nell'ambito del pensiero aristotelico stabilendo una distinzione fra essenza ed esistenza. Secondo Aristotele, infatti, la potenza e l'atto coincidevano con la materia e la forma e San Tommaso sostiene che nello stesso rapporto si trovano l'essenza e l'esistenza. L'essenza di una cosa ne esprime la natura e quindi ne comprende sia la forma sia la materia; tuttavia l'essenza è distinta dall'esistenza, in quanto l'una non presuppone necessariamente l'altra, poiché è possibile dare una definizione dell'essenza di una cosa prescindendo completamente dalla sua esistenza. Il rapporto fra essenza ed esistenza è un rapporto di potenza e di atto e il passaggio da potenza ad atto avviene solo in conseguenza di un atto della volontà divina. In Dio, che è atto puro, l'essenza è totalmente realizzata e non possiede più alcuna potenzialità. Secondo Aristotele la forma era eterna e immutabile e quindi veniva esclusa la creazione; invece San Tommaso introduce il concetto di creazione rendendo necessario l'intervento divino per la realizzazione di ogni potenzialità. Viene affermato in questo modo il principio dell'analogicità fra l'essere di Dio, che è necessario e attuato completamente, e l'essere degli enti creati, che è, invece, separabile o separato dall'essenza, necessita della creazione, e viene definito come “ esistenza ”. L'essere di Dio si esprime in proporzioni diverse nell'esistenza delle cose create, che partecipano degli attributi divini ma in una misura infinitamente limitata. Per Aristotele l'essere si identifica con l'esistere, e quindi c'è un'unica scienza, la metafisica , che permette di conoscere ogni aspetto della realtà; per San Tommaso invece l'essere è l'oggetto della teologia, mentre la scienza fisica concerne la conoscenza di tutte le cose esistenti, ed è subordinata alla teologia.

La dimostrazione dell'esistenza di Dio deve avere come punto di partenza le testimonianze sensibili dell'azione divina, in quanto il metodo della conoscenza umana procede dalla conoscenza sensibile verso la conoscenza razionale. Egli non può quindi accettare la prova ontologica di Sant'Anselmo, in quanto non è possibile conoscere la causa se non attraverso gli effetti. Egli suggerisce cinque vie per giungere alla conoscenza di Dio analizzando i dati sensibili forniti dalla realtà:

1) seguendo la dimostrazione aristotelica, egli sostiene la validità della prova cosmologica , che, considerando il movimento esistente nell'universo, risale di causa in causa fino a dedurre l'esistenza di una causa prima che muova senza essere a sua volta mossa: questo “motore immobile” è Dio.

2) San Tommaso si rifà ancora al pensiero aristotelico per sostenere la prova causale, secondo la quale di ogni evento che si verifica nella realtà è possibile trovare una causa, e risalendo da una causa ad un'altra si deve giungere alla affermazione di una causa prima che non sia causata a sua volta: questa causa prima si identifica con Dio.

3) La terza dimostrazione è ispirata invece dalla teoria di Avicenna , il quale sosteneva che le cose possibili esistono solo in quanto determinate dalle cose necessarie, le quali possono avere fuori di sé la loro causa, e in questo caso saranno a loro volta determinate; tuttavia non è possibile non ammettere l'esistenza di una cosa necessaria che abbia in sé la sua causa: questa cosa è Dio.

4) La quarta prova trae la propria origine dal pensiero aristotelico, e sostiene che l'esistenza nella realtà di perfezioni di gradi diversi, suggerisce una gradazione di tali perfezioni che può essere determinata solo da una perfezione assoluta che ne sia la causa, della quale le perfezioni esistenti nella realtà partecipano in modo più o meno intenso. La massima perfezione si identifica con Dio.

5) La quinta prova dell'esistenza di Dio è basata sull'osservazione dell'ordine che regola l'universo secondo una finalità che non può sussistere nelle cose stesse, e che deve essere il frutto della volontà di un essere che guida il mondo secondo una precisa finalità e che si identifica con Dio.

Mentre l'esistenza di Dio può essere dimostrata razionalmente, la sua essenza può essere conosciuta soltanto attraverso i misteri della rivelazione, che la ragione può cercare di chiarire in parte facendo riferimento a realtà che appartengono al mondo finito. I misteri fondamentali che riguardano l'essenza divina sono la Trinità, l'incarnazione e la Creazione. Il dogma della Trinità comporta la contraddizione fra l'unità e la molteplicità delle persone divine, che San Tommaso spiega attraverso l'identificazione della sostanza divina con la relazione che caratterizza le tre persone. La sostanza divina presenta, infatti, in sé la relazione della paternità fra il Padre e il Figlio, la relazione della generazione tra il Figlio e il Padre, e la relazione reciproca di amore fra il Padre e il Figlio nello Spirito Santo. La sostanza divina quindi, pur essendo unica, implica le tre diverse relazioni che caratterizzano le tre persone della Trinità.

Per spiegare il dogma dell'incarnazione San Tommaso utilizza la distinzione fra l'essenza e l'esistenza che sono unite in Dio ma separate presso gli uomini. Egli sostiene che Cristo, in quanto persona della Trinità, possiede in sé l'essenza e l'esistenza divina e, poiché nell'uomo esse non coincidono necessariamente. Cristo ha potuto assumere l'essenza umana, cioè l'anima e il corpo, pur rimanendo Dio, senza assumere l'esistenza umana.

Il dogma della Creazione viene affrontato attraverso il riconoscimento che non può essere razionalmente dimostrata né la tesi della creazione né la tesi dell'eternità del mondo; prevale quindi la fede sulla ragione, che induce gli uomini ad accettare la versione delle Scritture a favore della creazione.

Secondo San Tommaso l'anima costituisce la forma del corpo, che infonde nel corpo la vita e la capacità di conoscenza. Egli rifiuta la concezione di Avicenna, secondo la quale l'anima costituiva la forma intellettiva, sensitiva e vegetativa, e afferma che l'anima si può definire solo come “intellettiva”, in quanto le altre funzioni, sensitiva e vegetativa, sono a questa subordinate. Le anime si differenziano fra loro in base all'unione con i corpi determinati, che ne definiscono l'individualità.

L'unione col corpo è l'elemento che determina la realizzazione dell'essere dell'anima, quindi anche dopo la morte del corpo questo essere rimane tale nella sua individualità, per cui sarà possibile, al momento della resurrezione dei corpi, che l'anima si riappropri del suo corpo e ricostituisca con esso l'unità originaria.

L'azione dell'uomo è caratterizzata dalla libertà, che non viene annullata dalla conoscenza che Dio ha di tutto ciò che accade, né dalla predestinazione. La provvidenza stessa, che guida lo sviluppo delle azioni e della storia dell'uomo e di tutti gli esseri, non esclude per l'uomo la possibilità di agire liberamente, in quanto questo elemento è un dato caratteristico conseguente alla razionalità che distingue l'uomo dalle altre creature animate. Essa è invece garanzia di libertà per gli uomini, in quanto la conoscenza che Dio ha del futuro non è necessitante, ma consiste solo nel prevedere in anticipo le scelte realizzate liberamente dagli uomini. Lo sviluppo provvidenziale della storia conduce inoltre l'uomo alla realizzazione di ciò che è la sua libertà più autentica, cioè la libertà dal peccato.

La possibilità di peccare è presente nell'uomo in modo costante, essa è tuttavia arginata dalla virtù, che, secondo la definizione di Aristotele, è un habitus, cioè una disposizione, acquisita con la volontà e l'esercizio, alla realizzazione del bene e alla fuga dal peccato. Questa disposizione tuttavia non esclude completamente la possibilità di compiere il male, ma la contrasta più o meno efficacemente e più o meno costantemente. San Tommaso, analizzando le virtù, accetta la distinzione aristotelica fra virtù intellettuali e virtù morali, di cui hanno particolare importanza le quattro virtù cardinali: giustizia, fortezza, prudenza, temperanza. La realizzazione di queste virtù è affidata completamente alla volontà dell'uomo, che, tramite esse, può raggiungere la felicità terrena. La felicità eterna può essere raggiunta solo attraverso l'esercizio delle virtù teologali (fede, speranza, carità, la cui realizzazione richiede l'intervento divino.

La teoria politica di San Tommaso è fondata sul riconoscimento dell'esistenza nel mondo di una legge di natura razionale che è stata determinata da Dio. Questa concezione si ispira alla dottrina stoica e verrà completamente accettata dalla Chiesa. L'uomo partecipa di questa “legge di natura”, che si manifesta in lui attraverso tre tendenze che gli sono caratteristiche:

1) la tendenza alla conservazione del proprio essere, che coincide col bene e che è propria di tutti gli esseri animati.

2) la tendenza alla conservazione della propria specie tramite la riproduzione e la cura della prole.

3) la tendenza alla realizzazione dei bene propria degli esseri forniti di ragione.

La legge naturale non è l'unica norma che regola l'esistenza degli uomini: essi sono sottoposti, infatti, anche alla legge degli uomini, che definisce le regole della convivenza nell'ambito della società.

Essa è “ inventata dagli uomini e... dispone in modo particolare delle cose cui già si riferisce la legge di natura ” ( Summa theologica, II, 1, q. 91, a. 3). La definizione della legge umana deve essere opera di tutti gli individui che compongono la società: “ La legge ha come suo fine primo e fondamentale il dirigere al bene comune. Ora ordinare qualcosa in vista del bene comune è proprio dell'intera collettività ( multitudo ) o di chi fa le veci dell'intera collettività. Stabilire le leggi, appartiene dunque all'intera collettività o alla persona pubblica che ha cura dell'intera collettività; giacché in tutte le cose può dirigere verso il fine solo colui al quale il fine stesso appartiene ” ( Summa theologica , II, 1, q. 90, a. 3). Malgrado queste affermazioni di principio San Tommaso considera come migliore fra tutte la forma di governo monarchica, che fornisce una maggiore garanzia di unità per lo stato.

Fra le finalità che l'uomo deve realizzare, oltre la conservazione fisica del suo essere, la realizzazione di rapporti sociali, esiste anche una finalità che trascende i limiti dell'esistenza finita e riguarda la realizzazione del bene in vista della vita eterna e dell'unione con Dio. Le leggi che l'uomo dove seguire per realizzare questa finalità sono le leggi rivelate nelle Scritture, che esprimono la parola di Cristo. Questa legge divina, in quanto tale, è superiore alle altre, e, secondo San Tommaso, è quindi necessario che colui o coloro che regolano la vita sociale degli uomini siano sottomessi a colui che rappresenta la figura di Cristo in terra, cioè al papa. “ A lui, come allo stesso signore Gesù Cristo, devono essere soggetti tutti i re del popolo cristiano. Giacché a colui cui spetta la cura del fine ultimo debbono essere soggetti quelli ai quali spetta la cura dei fini subordinati; costoro debbono essere diretti dal comando di quello ” ( De regimine principum , I, 14).
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