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azionalismo |
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| FRANCESCO BACONE |
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Nacque a Londra nel 1561-1626, studiò nell'università di Cambridge e si dedicò alla carriera del politico, accusato di essere corrotto e condannato, ottenne un condono e si ritirò, dedicandosi, gli ultimi anni della sua vita, agli studi. Le sue opere tendono ad illustrare il progetto di una ricerca scientifica culturale che, portando il metodo sperimentale in tutti i campi della realtà, faccia della realtà stessa il dominio dell'uomo. La sua opera (I' lnstauratio magna : Novum organum ) è il corrispettivo, nei tempi moderni, degli scritti logici di Aristotele nell'antichità.
Quella di Bacone è una logica del procedimento tecnico-scientifico che riconosce negli esperimenti gli strumenti della mente. Non bastano i sensi per fornire una guida sicura, occorre l'esperimento che rappresenta il “ connubio tra la mente e l'universo ”. Il nuovo scienziato è simile all'ape che trae la materia dai fiori e la elabora dentro di sé; non cieca raccolta di fatti né astratto ragionamento, ma razionale interpretazione di dati. Così nell' lnstauratio magna della quale è parte importante il nuovo strumento di ricerca, il nuovo “ organo” della scienza.
Egli prende posizione contro l'intellettualismo del Medio Evo: la natura è ricca, arricchiamoci mettendola in pratica mediante l'esperienza (notiamo incidentalmente che Bacone misconosce la funzione della matematica, del resto ben compresa nella sua epoca da Keplero e Galileo. Nel Novum organum destinato a sostituire l' Organon di Aristotele, espone le regole del metodo sperimentale: è necessario premunirsi contro gli errori dello spirito (che egli chiama gli idoli: superstizione, idoli del linguaggio, ecc.), e fare una vera caccia alle osservazioni ( è la “caccia di Pan”) per fondarvi l'induzione, cioè il processo del pensiero che porta alla scoperta della legge generale.
Bacone distingue gli idoli, o errori dello spirito, in 4 quattro classi: 1) gli idoli “ della tribù ” che portano a considerare l'uomo come norma della natura; 2) gli idoli “della spelonca ” che, rifacendosi al mito platonico, derivano dall'esperienza particolare del singolo individuo che guarda le cose secondo l'immagine che ne ha; 3) gli idoli “ del mercato ” derivanti dal carattere convenzionale delle parole, dal linguaggio come rapporto tra individui; 4) gli idoli “ del teatro ” che consistono nelle suggestioni suscitate dai sistemi filosofici.
Il metodo cui l'intelletto deve attenersi per ritrovare la verità sulla natura è basato sulla teoria dell'induzione. Tutto il procedimento tende a cercare la causa di una certa proprietà esistente in un corpo e che lo caratterizza. Ciò presuppone l'opportunità di ordinare i casi particolari in tre tavole che Bacone definisce: della presenza, dell'assenza, dei gradi. Al problema viene data dapprima una soluzione provvisoria mediante l'ipotesi che dev'essere poi verificata con altri esperimenti. Lo scopo dell'indagine è la determinazione della causa di un fenomeno che Bacone definisce come formale e chiama “ forma ”.
La “ forma ” della cosa è in realtà la cosa stessa, ed è costituita da: a) la cosa nella sua essenza. b) la cosa nel suo processo. La forma delle cose così intesa dà la legge dei fenomeni.
Bacone non ha scoperto nulla della natura ma, come scriveva Voltaire nelle Lettere filosofiche , egli conosceva tutte le strade che conducono ad essa. E' il punto di partenza del grande movimento filosofico e scientifico inglese da cui provengono Boyle, Newton e Locke. |
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| CARTESIO |
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René Descarts, filosofo e scienziato francese (La Haye, Touraine, 1596 – Stoccolma 1650). Allievo dei Gesuiti nel collegio di La Flèche, è destinato dalla famiglia alla carriera militare che, ben presto interrompe. La preoccupazione di evitare gli scontri con l'autorità a causa della pubblicazione dei suoi scritti, e il piacere dell'avventura lo porta a cambiare spesso residenza, anche in Olanda, dove risiede per quasi vent'anni. Invitato a Stoccolma dalla regina Cristina di Svezia, Cartesio vi muore in seguito a un raffreddamento.
La dottrina di Cartesio non è mai cambiata e tutta la filosofia del XVIII, XIX e XX secolo è soltanto una vasta riflessione sui punti di partenza e specialmente sul cogito. Ecco dunque brevemente commentate le tappe fondamentali dell'itinerario cartesiano.
Il Dubbio
Lo scopo della filosofia e della scienza è quello di raggiungere la verità; ma da qualsiasi lato ci si volga, si constata che lo spirito umano è soggetto a contraddizioni ed errori. É dunque necessario mettere in dubbio la totalità delle nostre conoscenze, al fine di giungere ad un tipo di verità contro il quale nessun dubbio potrà essere sollevato; si giungerà così alla certezza. Le caratteristiche di questo dubbio sono molto importanti.
• Esso è metodico . Cartesio dubita non di ogni conoscenza intelligibile (il cui prototipo è la verità matematica). Io posso dubitare dei miei sensi, poiché essi sono sovente causa d'errore; io posso anche dubitare delle verità della comprensione, poiché niente mi consente di affermare che la mia ragione, quando afferma che 2+2 fa 4, enuncia una verità. L'ipotesi di un “cattivo genio”, o di un dio ingannatore che in ogni momento, indurrebbe il mio intelletto in errore è evidentemente una ipotesi assurda; ma il fatto stesso che essa possa essere evocata, anche se in seguito vi rinunciamo, deve portarmi a scartare per il momento sia le verità di tipo matematico che le verità sensibili.
• Il dubbio è provvisorio : non si tratta per Cartesio di chiudersi in un nichilismo integrale; appena lo spirito avrà trovato un tipo di verità, sarà il primo principio della filosofia, potrà uscire dal dubbio e costruire una conoscenza e un'azione.
• Il dubbio è iperbolico , si vuole dire con ciò che si estende all'infinito (conseguenza della sua caratteristica metodica).
• Il dubbio è limitato. Cartesio non applica il dubbio alle verità della fede per preoccupazione “politica”; inoltre il dubbio non raggiunge il cogito.
• Infine il dubbio è coraggioso , dubitando delle verità sensibili e delle verità intelligibili, lo spirito si impegna in negazioni da cui non sa se ne uscirà: la volontà di dubitare, che ci porta all'ipotesi del cattivo genio, rischia di isolare lo spirito in una solitudine metafisica.
Il Cogito
Io non posso dubitare del mio dubbio, poiché se dubito di dubitare, io dubito ancora, e così via; io sono dunque sicuro dell'esistenza del mio pensiero poiché dubitare è pensare; ma per pensare bisogna essere: è dunque indubitabile che, poiché io penso, io sono ( cogito ergo sum, io penso dunque io sono.
• Il cogito ha un doppio aspetto . Un aspetto empirico : l'“ io penso ” mi fa considerare la mia propria persona; è un'esperienza intima che mi dimostra che il pensiero è il mio pensiero (la mia “ coscienza ”). Vi è pure un aspetto trascendentale (cioè che supera il dato, l'esperienza); il cogito è il soggetto puro di ogni conoscenza, cioè qualche cosa che non è determinata né nel passato né nel futuro. La parola raggiunta così mediante il cogito , è dunque il pensiero.
• Funzione del cogito. Il cogito è un tipo di verità; è un'idea chiara (presente) e distinta. É un tipo di evidenza, e io posso considerare vero tutto ciò che conoscerò con la stessa evidenza. Cartesio si pone in antitesi con le concezioni greche, come erano state assimilate ed insegnate nel Medio Evo e nel Rinascimento: l'Antichità aveva tendenza a considerare che la certezza può essere raggiunta soltanto se essa si basa sul reale tutto intero; al contrario, qui, la certezza più assoluta è raggiunta e tuttavia essa conduce ad una parte limitata del reale, alla mia esistenza in quanto essere pensante. Bisognerebbe astenersi dal credere che ogni certezza derivi dal cogito e debba essere raggiunta mediante la stessa via, cioè mediante la riflessione su di sé. Cartesio considererà altre esistenze oltre a quella del cogito (per esempio l'esistenza di Dio, della materia ed egli non le determinerà a cominciare dalle condizioni della riflessione dell'io su sé stesso.
Allo stadio del cogito , io mi conosco in quanto essere pensante e unicamente come tale; è possibile che io sia anche un essere corporeo, ma non ne so nulla; in altri termini io mi conosco in quanto “ anima ” molto prima di conoscermi in quanto “corpo”: è più facile conoscere l'anima del corpo. Questa distinzione fornisce a Cartesio l'occasione di stabilire la sua teoria della “s ensazione ”.
Io posso “ sentire ed immaginare ” senza bisogno di considerare il corpo come condizione della sensazione e dell'immaginazione: Che voglio dire infatti, quando affermo che io conosco mediante la sensazione? L'esempio del pezzo di cera dimostra che io non lo conosco mediante i sensi, poiché le sue qualità sensibili possono variare senza che il pezzo di cera perda la sua identità: quando io dico “io conosco questo pezzo di cera”, mi riferisco ad una “ ispezione di spirito ”. Così, la sensazione è soltanto una modalità del pensiero.
La conseguenza di questa teoria è di capitale importanza se si pensa che, da Platone, si distingueva un mondo sensibile, oggetto dei sensi, e un mondo intelligibile , oggetto della comprensione. In altri termini, si determinava la comprensione attraverso la natura degli oggetti ai quali si applicava. Al contrario Cartesio definisce la comprensione dall'interno, come un'esigenza di chiarezza e di distinzione; l'azione dello spirito non è dunque delimitata dal suo oggetto, essa è senza limiti.
• Interpretazione del cogito. Si può vedere nel cogito un processo intuitivo , l'esperienza intima ed immediata che io ho del mio pensiero e della mia esistenza, oppure (Gassendi, Kant) un ragionamento, una specie di sillogismo : “Tutto ciò che pensa è, ma io penso, dunque io sono ”; l'interpretazione kantiana (critica) sembra dovrà essere respinta.
L'esistenza di Dio
• La teoria cartesiana delle idee . Le idee hanno una realtà psicologica, nella misura in cui sono aspetti del mio pensiero; a questo titolo, esse devono essere considerate su un piano di uguaglianza. Ma esse hanno pure una realtà oggettiva, in quanto si dà loro un valore rappresentativo; l'idea di un triangolo, da questo punto di vista, ha più realtà oggettiva dell'idea di un mostro o di una chimera. Cartesio distingue tre gradi di realtà secondo l'origine delle idee; quando esse provengono dalla verità, sono innate (esempio dei principi della ragione); immaginate da me, sono pensieri causati da stimoli che provengono dal mondo esterno, la cui origine è nelle cose.
Quest'ultimo grado di realtà, che non pone alcun problema per la coscienza comune, solleva il problema filosofico della realtà del mondo esterno. Il dubbio ha dimostrato che questo mondo esterno poteva anche essere un sogno; io non posso affermare, in nessun modo, che vi sono delle cose al di fuori di me né che io possa avere delle idee identiche ad esse. Ciò nonostante vi è una certa gerarchia fra le mie idee. Cartesio riprendendo il vecchio enunciato del principio di causalità vi deve essere tanta realtà nella causa quanto nei fatti, ne conclude che se vi è in me un'idea, essa deve esservi stata posta da un'altra idea che ha altrettanta, se non maggiore realtà oggettiva di essa. Questo principio di causalità applicato alle idee, serve da fondamento alle prove cartesiane dell'esistenza di Dio.
• Dio causa della sua idea ( prova mediante l'idea di perfetto). Di tutte le idee che sono in me, le idee delle cose corporee, poiché si riducono in ultima analisi alle qualità sensibili del pezzo di cera (proprietà, ecc.), non hanno maggior realtà di me stesso, poiché possiedo anch'io l'estensione, ecc.; ragion per cui, in ogni ipotesi, io posso considerarmi come la causa delle idee delle cose corporee; invece l'idea di Dio ha più realtà del cogito: è infatti l'idea di un essere perfetto, e io, quando dubito, constato che sono un essere imperfetto se fossi perfetto non dubiterei; il perfetto, l'infinito non possono essere causati dall'imperfetto o dal finito, in virtù del principio di causalità che abbiamo appena enunciato. É necessario dunque che vi sia una causa di questa idea di perfezione che sia diversa da me stesso e che abbia almeno tanta realtà quanto questa idea di perfezione: questa è la causa che io chiamo Dio.
Si nota che questa prova rompe con la tradizione classica; gli scolastici dimostravano l'esistenza di Dio partendo dall'esistenza del mondo, come causa prima; Cartesio, che non può affermare l'esistenza del mondo in virtù del dubbio, dimostra l'esistenza di Dio a partire da una analisi dell'idea di Dio; non è la prova di un fisico, è la prova di un matematico.
• Dio causa dell'io. É il secondo argomento cartesiano: se io fossi il mio proprio creatore, mi sarei dato tutte le perfezioni che non ho. Inoltre io non trovo in me nessuna ragione atta a determinare la mia esistenza nell'istante successivo; la conservazione del mio essere è dunque una creazione continua, e io chiamo Dio la causa di questa conservazione. Si nota che questo argomento assomiglia agli argomenti tradizionali, poiché considera Dio la causa prima di una realtà, all'occorrenza il cogito.
• L'argomento ontologico: Dio causa di sé stesso. Io considero Dio un essere perfetto, cioè un Dio che possiede tutte le qualità (qualità - proprietà); ma l'esistenza è una qualità, dunque Dio possiede l'esistenza. Questo argomento già esposto nell'XI secolo da sant'Anselmo, sotto una forma leggermente diversa, afferma che non è in mio potere pensare a un Dio senza esistenza. Kant l'ha criticato, dimostrando che l' esistenza non può fare parte della determinazione di un concetto: Ma se si ammette l'interpretazione intuitiva del cartesianesimo, se si considera che Dio è un'intuizione immediata come il cogito, la critica kantiana non regge più.
II criterio di verità e il metodo
• L'idea vera è l'idea chiara e distinta, come si presenta nell'intuizione del cogito. D'altra parte, l'esistenza di un essere perfetto, che è Dio, pone la mia ragione al riparo da ogni inganno; in altri termini ciò che dà tutto il suo valore alla ragione è Dio, col quale essa si identifica; da ciò deriva il significato di questa formula di Cartesio: “Nessun ateo può essere un geometra”. E poiché ciò che è vero è ciò che è razionale, il “metodo”, che non è altro che una generalizzazione dell'atteggiamento matematico, è lo strumento della ricerca della verità; esso si riduce a quattro regole: l'evidenza, l'analisi, la sintesi (passaggio dal semplice al complesso) e l'enumerazione (“Fare in ogni caso enumerazioni così complete e revisioni così generali da essere sicuro di non omettere nulla ”).
Su questo metodo, Cartesio sviluppa una fisica meccanicistica (fisica dei a turbini ”), superata nei particolari, ma ancora attuale per le sue intenzioni; Cartesio sognava una fisica matematica che traducesse in equazioni tutto il contenuto della nostra esperienza: il XX secolo ha realizzato questo sogno.
L'ordine razionale
Per chiarire il significato di ordine razionale, Cartesio procede alla distinzione tra nature semplici e nature composte: le prime sono indivisibili e sono intuibili per se stesse, le altre sono la risultante dell'unione di più nature semplici. L'ordine razionale vuole appunto spiegare che per comprendere una natura derivata o composta occorre risalire alle nature semplici.
“Tutta la scienza umana”, afferma Cartesio, “consiste soltanto nel vedere distintamente in qual modo le nature semplici concorrano insieme alla composizione delle altre”.
Il metodo dell'ordine razionale permette dunque di pervenire a conoscenza di tutto ciò che può essere conosciuto dalla mente umana.
Destino del cartesianesimo
Il cartesianesimo è stato insegnato, discusso e commentato anche quando Cartesio era in vita: i grandi cartesiani (Spinoza, Malebranche, Leibniz) non sono stati dei semplici commentatori di Cartesio: partiti dal razionalismo, essi hanno elaborato dei sistemi nuovi.
Dobbiamo ricordare che Cartesio è il fondatore del razionalismo, cioè di una filosofia che dà alla ragione, sia sul piano della conoscenza che sul piano dell'essere, un posto primario. La sua ontologia è dualistica (teoria della sostanza); ma, non dobbiamo dimenticarlo, questo dualismo si basa sull'esistenza fondamentale, dall'eternità, nello spirito umano, di alcuni principi, di alcune idee innate; questo è il motivo per cui il sistema di Cartesio viene chiamato innatismo razionalista . |
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| PASCAL |
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(Clermont, od. Clermont-Ferrand , 1623 – Parigi 1662).
La personalità filosofica di Blaise Pascal presenta due aspetti diversificati: l'interesse per le ricerche scientifiche e la nuova scienza da una parte, e la religiosità - profondamente radicata nel suo animo - dall'altra.
• Il metodo scientifico. Il metodo che Pascal teorizza per la ricerca scientifica si richiama apertamente a quello cartesiano. Pascal critica l'eccessivo rispetto verso l'antichità ed afferma che è necessario distinguere le materie “ in cui si cerca di sapere soltanto ciò che gli autori hanno scritto ” (come la storia, e soprattutto la teologia), e le materie che trattano questioni che “cadono sotto i sensi e sotto il ragionamento”; nel primo caso egli prosegue “ ... solo l'autorità può illuminarci ”, nel secondo, invece, si può ricorrere esclusivamente alla ragione. “ Autorità e ragione hanno i loro diritti separati ”, incorrono dunque nell'errore tutti coloro “ ... che in argomenti di fisica allegano come prova la sola autorità anziché ragionamento ed esperienza”, ed anche coloro che “ ... nella teologia usano del solo ragionamento anziché dell'autorità della Scrittura e dei Padri ”.
• La religione. Pascal trova nell'esperienza religiosa gli strumenti per comprendere il significato della natura umana. Pascal partecipa alle vicende del gruppo giansenista, rigidamente ancorato ad una concezione tradizionalista della lotta contro ogni corruzione, per un totale abbandono mistico in Dio.
Partendo da questa impostazione Pascal scrive le Lettere Provinciali , nelle quali formalizza il suo attacco ai gesuiti e la critica del lassismo .
L'antigesuitismo rimarrà una costante nella elaborazione filosofica del filosofo francese. I gesuiti, secondo Pascal, “ ... hanno un'opinione abbastanza buona di sé stessi per credere che sia utile e quasi necessario al bene della religione che la loro autorità si diffonda dovunque e che essi governino tutte le coscienze; ma siccome le massime evangeliche sono troppo severe e non s'accordano con le tendenze della maggior parte delle persone, nei riguardi di queste essi le abbandonano, per poter soddisfare tutti ”.
Pascal, dunque, reagisce al rilassamento religioso che egli ritiene il degenerato prodotto del nuovo razionalismo, del quale accetta il rapporto di esso con la scienza; critica il deismo razionalistico cartesiano per affermare una religiosità scaturita dall'analisi della condizione umana, pura e incontaminata dall'ideologia filosofica. |
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| SPINOZA |
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Baruch Spinoza (Amsterdam 1632 – L'Aia 1677). Filosofo olandese, afferma la sua forte e controversa personalità in un clima politico e sociale, quello europeo della metà del '600, pervaso da forti contrasti religiosi tra cattolici, Iuterani e calvinisti, ai quali si aggiunge l'ormai cronica intolleranza dell'assolutismo monarchico nei confronti di qualunque dissidenza politica e intellettuale. Nato da famiglia ebraica di lontana origine iberica, Spinoza, vive non solo la persecuzione intellettuale e morale dei protestanti e dei cattolici, ma anche quella dei suoi confratelli ebrei, che lo espellono dalla comunità israelitica di Amsterdam, sua città natale, a causa delle sue idee. Dotato di una notevole capacità critico analitica, egli è insofferente ad ogni prospettiva tradizionalmente teologica, mal sopporta la riproposizione dogmaticamente assolutizzante della religione ed auspica una società culturalmente e civilmente aperta, liberata dall'autoritarismo politico e dall'oscurantismo religioso.
I primi scritti del filosofo olandese anticipano, seppur ancora abbozzati, i grandi temi del sistema geometrico che elaborerà più tardi nell' Ethica ordine geometrico demonstrata , la sua opera più imponente. Nel Breve trattato su Dio, l'uomo e la sua felicità redatto nel 1658, Spinoza assegna a Dio un ruolo che non trascende, ma è all'interno della natura, della quale è principio animatore, sostanza dalla quale si può comprendere la realtà nella sua totalità. Nel Trattato sull'emendazione dell'intelletto del 1661, egli analizza il compito del pensiero umano nel momento in cui si pone il problema della conoscenza del mondo: l'intelletto deve dunque riprodurre in se stesso e nei suoi processi le caratteristiche strutturali della realtà. In queste opere Spinoza non è ancora giunto alla maturità filosofica dall' Ethica , nella quale si serviva del matematismo e geometrismo cartesiani, nonché della prospettiva materialistico-meccanicistica di Hobbes, per approfondire l'analisi del rapporto tra Dio e la Natura, l'uomo e la realtà.
L' Etica è tradizionalmente l'opera capitale di Spinoza; composta fra il 1660 e il 1675, pubblicata nel 1677, dopo la morte del filosofo, essa è un monumento filosofico molto difficile da schematizzare. Spinoza aveva voluto che la sua esposizione assomigliasse ad un trattato di geometria. L' Etica comprende dunque degli assiomi , delle definizioni, dei teoremi , dei corollari , ordinati geometricamente; questa forma ne fa un'opera ardua, ingrata, la cui lettura è un eccellente esercizio di tecnica filosofica.
• La teoria della sostanza. Il principio primo di tutte le cose, secondo Spinoza, è la Sostanza, che egli definisce “ ciò che esiste per se stesso e che per se stesso viene compreso, cioè ciò il cui concetto non ha bisogno del concetto di nessun'altra cosa dal qua le debba venir formato ”.
Nella elaborazione di questi elementi concettuali, Spinoza pensava alla tradizione scolastica e alla filosofia cartesiana, nelle quali veniva data una analoga definizione della Sostanza. Spinoza identifica la Sostanza con Dio, e ne afferma il carattere necessariamente unico; tutto ciò che è al di fuori di essa è indicato come attributo, come qualcosa che è in ogni caso subordinato ad essa, essenziale. Esistono infiniti attributi del la sostanza ma l'uomo ne conosce soltanto due: il pensiero e l'estensione. Dio si presenta di fronte all'uomo come prodotto di un duplice aspetto: materiale o fenomenico, ideale o spirituale. Spirito e materia sono, per Spinoza, due elementi distinti: “ fino a che le cose vengono considerate come fenomeni spirituali ” egli scrive, “ noi dobbiamo spiegare la connessione causale solo per mezzo dell'attributo dello spirito, e fino a che noi consideriamo le cose stesse come fenomeni materiali, l''intero ordinamento della natura deve solo venir spiegato per mezzo dell'attributo dell'estensione ” .
• Il sistema della realtà. La sostanza e gli attributi per i quali essa può essere concepita formano la natura naturans ; alcuni attributi derivano dai modi, cioè dalle determinazioni della sostanza; questi modi sono di due tipi:
- Modi infiniti: quelli la cui esistenza si realizza dappertutto e sempre; per esempio l'intelletto (che deriva dal pensiero) e il movimento (che deriva dall'estensione).
- Modi finiti: determinazione della sostanza, per esempio una equazione e una sfera.
La teoria della Sostanza è certamente l'idea fondamentale nella filosofia spinoziana, ma è soprattutto strumento interpretativo del valore della scienza e del significato della realtà oltre che elemento di sviluppo della filosofia della natura e della mente, e della filosofia politica ed etica.
• Alcune osservazioni. Il monismo è anche un panteismo (tutto è in Dio e Dio è in tutto); dobbiamo fare tre osservazioni a nostro parere fondamentali.
— L'essere individuale è negato, il concreto si perde e si può amare soltanto Dio: vi è dunque in Spinoza una certa fuga di fronte alla vita che Hegel rifiuterà.
— Il passaggio da un grado di conoscenza ad un altro non è integrato, sembra, nel determinismo universale; questo passaggio propone una nuova dimensione all'interno della quale si può concepire una certa libertà.
— Infine lo stato del saggio non è forse il superamento di un'anima-idea del corpo mediante un'anima che sarebbe lo spirito, E questo superamento come tutti i superamenti mistici, è veramente stabile? |
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| MALEBRANCHE |
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La speculazione di Nicola Malebranche si afferma in Francia nel periodo in cui in Olanda, Spinoza perviene all'elaborazione della teoria della Sostanza. Anche in Malebranche, e nel suo misticismo religioso è notevole l'apporto teorico della dottrina cartesiana.
Nato a Parigi nel 1638, Malebranche era un predicatore della Congregazione dell'Oratorio, tutto impregnato di un cristianesimo agostiniano che ritroviamo nei suoi trattati sul problema della grazia; egli è stato affascinato dal cartesianesimo, poiché - a suo parere - è una filosofia che separa radicalmente i problemi religiosi e i problemi scientifici: dopo Cartesio, pensa Malebranche, ci si può abbandonare ad ogni ricerca scientifica pur restando cristiani.
Nella Ricerca della verità pubblicata negli anni 1674-75 egli riprende le tappe dell'itinerario cartesiano; i suoi commentari sul dubbio lo portano a studiare la percezione, l'immaginazione, ecc. fino a diventare un precursore della psicologia.
Il pensiero di Malebranche si sviluppa all'insegna di una profonda religiosità e di un vivo misticismo . Malebranche è dunque portato ad una particolare sensibilità nei confronti del peccato, della caduta dell'uomo, della grazia divina e della redenzione ; l'uomo deve unirsi con l'infinito per raggiungere la salvezza, ma essa sarà raggiunta soltanto attraverso Dio, che nella sua onnipotenza si presenta come radicalmente antitetico all'uomo debole e caduco.
• La visione in Dio . Noi conosciamo le cose per le loro idee: ad esempio, quando vediamo un oggetto circolare abbiamo in mente l'idea del cerchio. Queste idee non sono nostra creazione: esse resistono allo spirito che le pensa, esse hanno delle proprietà che lo spirito non ha posto in esse; esse hanno dunque una certa oggettività, una certa realtà, sono delle cose per lo spirito. Malebranche sostiene che queste idee possono esistere solo se sono sostenute nell'esistenza da qualche cosa di infinito, da Dio. Eliminando le diverse ipotesi possibili (secondo lui) riguardanti il luogo delle idee, Malebranche concluse che esse possono essere soltanto in Dio. Questa tesi della visione in Dio delle idee è legata alla dottrina delle cause occasionali: essa unisce profondamente l'uomo e la creazione al creatore.
La peculiarità del pensiero di Malebranche si evidenzia nell'elaborazione del concetto di “occasionale”: secondo il filosofo francese non esiste in natura un rapporto di carattere causale, ma tutto è regolato da un movimento occasionale. “Quando una palla da bigliardo” afferma metaforicamente Malebranche, “che si muove ne incontra un'altra e la mette in movimento, essa non le comunica niente che abbia di suo perché non ha nemmeno essa la forza che comunica; sicché una palla da bigliardo è causa naturale del movimento che comunica; dunque una causa naturale non è una causa reale e vera, ma soltanto una causa occasionale”. |
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| LAIBNIZ |
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La vita di Goffredo Guglielmo Leibniz, nato a Lipsia nel 1646, è costellata di lunghi viaggi in molti paesi dell'Europa occidentale, nei quali entra in contatto con le principali correnti di pensiero del XVII secolo. Leibniz non svolge la sua attività all'interno dell'università, come la maggior parte degli intellettuali tedeschi; egli è uomo di corte, ed è così che la speculazione e la ricerca scientifica si intrecciano spesso con l'iniziativa politica e religiosa. Grande matematico, Leibniz dovrà sostenere una controversia con Newton, incontrato in uno dei suoi viaggi a Londra, per la priorità dell'invenzione del calcolo infinitesimale. Accusato di plagio dalla Società Reale di Londra, Leibniz ricusò l'accusa e la storia gli diede ragione, dimostrando che entrambi gli scienziati erano pervenuti al medesimo risultato attraverso vie diverse e affermando inoltre che il procedimento del filosofo tedesco era quello più ampio e completo.
Leibniz è persuaso che, per comprendere il mondo al di là delle sue apparenze, è necessario un metodo formale rigoroso; la matematica stessa non è altro che l'applicazione dell'arte generale di combinare fra di loro degli oggetti (poco importa la loro natura), di una combinatoria universale di cui si è sforzato (invano) di scoprire le leggi: su questo piano Leibniz è il precursore dei logistici moderni.
• Infinitisrno e ottimismo . Il mondo è composto da una infinità di sostanze, delle specie di atomi metafisici (le monadi) che si ignorano vicendevolmente; non si tradisce Leibniz dicendo che l'anima (la cosa pensante in me) è una monade come lo è la formula di un composto chimico. Queste unità sono, se vogliamo, considerazioni sull'universo; ad ogni istante, l'infinita varietà delle cose è presente in essa (è la percezione monadica): la monade ha una forza interiore che la spinge a passare da una “percezione” oscura ad una percezione chiara (è l'appetizione) .
L'infinità delle monadi che formano l'universo sono state “accordate” le une alle altre al momento della creazione; teoricamente, vi è un'infinità di monadi possibili ed un'infinità di organizzazioni (d'universi) possibili; fra tutte queste possibilità, alcune sono possibili nello stesso tempo o, come dice Leibniz, compossibili. La perfezione di Dio gli impone di scegliere, fra tutti i mondi compossibili il migliore dei possibili (non è dunque il migliore in assoluto): questa dottrina si chiama l'ottimismo metafisico; mal interpretata (volontariamente) da Voltaire, essa è ridicolizzata nel Candido .
• Il concetto di natura. Leibniz afferma che la natura è regolata da una legge da lui enunciata come “Legge di continuità”; il mondo, secondo il pensatore tedesco, è stato creato da Dio nel tentativo di realizzare una perfetta armonia di tutte le cose. “ Se vogliamo determinare le leggi del moto, scrive Leibniz, dobbiamo farlo in modo tale che non ci sia bisogno di regole particolari per i corpi che sono in quiete ma che queste ultime derivino naturalmente dalle regole dei corpi che sono mossi ”. La natura dunque, nel suo stato ordinato, corrisponde nella legge di continuità alla struttura matematica, e proprio l'analisi matematica diventa strumento interpretativo di tutti i fenomeni naturali.
Il tentativo di sistemazione scientifico-filosofica che Leibniz opera nel corso della sua vita, è il prodotto di una mediazione tra la tradizione religiosa, specialmente luterana, e la nuova scienza rinascimentale.
Di fatto, il pensiero di Leibniz è una riflessione molto sottile sulla realtà che egli “sente” una e multipla; i suoi sforzi per dimostrare che tutto si riduce a rapporti fra le cose, e che questi rapporti sono più importanti dei termini che essi uniscono, ne fanno un precursore del pensiero contemporaneo. |
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