William James, nato a New York nel 1842 e morto nel 1910. Egli insegnò psicologia e filosofia alla Harward University dal 1889 al 1907, e scrisse numerose opere che gli ottennero una grande fama negli Stati Uniti e in Europa; fra queste sono particolarmente importanti i Principi di Psicologia (1890), La volontà di credere (1897), Le varie forme dell'esperienza religiosa (1902), Pragmatismo (1907).
Gli elementi fondamentali del suo pensiero filosofico trovano la loro origine negli studi psicologici, che mettono in evidenza, in ogni fenomeno psichico, la presenza di un fine. James sosteneva, infatti, nei Principi di psicologia (I, p. 8) che “il perseguimento dei fini futuri e la scelta dei mezzi per il loro raggiungimento sono il contrassegno e il criterio della presenza della mentalità in un fenomeno . Noi tutti usiamo questo criterio per distinguere tra il procedimento intelligente e quello meccanico. Non attribuiamo mentalità ai bastoni e alle pietre perché ci sembra che non si muovano mai in vista di qualcosa, ma solo quando sono spinti, e in questo caso indifferentemente e senza traccia di scelta” (Princ. of Psych, I). Ogni conoscenza è valida in quanto permette di realizzare il fine che l'uomo si è proposto nell'ambito del suo intervento sulla realtà; in ciò consiste anche la validità della scienza, che, elabora i contenuti dell'esperienza, li dispone secondo un ordine sistematico e li rende utilizzabili per orientare e guidare ogni azione futura.
Ogni verità può essere utile all'azione anche se non è dimostrata come tale, se essa risponde alle esigenze più autentiche dell'individuo, infatti, può essere ritenuta come valida, anche se in questo modo espone l'individuo stesso al rischio di un errore.
La necessità di agire sulla base di ipotesi e non di certezze riguarda tutti gli uomini e caratterizza l'universo stesso, che risulta quindi come un insieme di coscienze che agiscono ognuna in base alle proprie credenze e alla propria fede, dando luogo ad una realtà suscettibile dei più diversi sviluppi, in base alla risultante delle linee di condotta intraprese dalla maggioranza degli individui. Secondo James infatti “l'universo progressista è concepito secondo un'analogia sociale, come una molteplicità, un pluralismo di forze indipendenti; esso riuscirà esattamente nella misura in cui il più gran numero delle sue stesse forze lavoreranno al suo successo. Se nessuna d'esse vi lavora, esso fallirà; se ciascuna farà del suo meglio, esso riuscirà. Così i suoi destini sono sospesi da un se o piuttosto da una serie di se - ciò che torna a dire, nel linguaggio proprio della logica, che, essendo il mondo fino ad oggi incompiuto, il suo carattere totale non può essere espresso che per ipotesi e non certo con proposizioni categoriche” (Introduzione alla filosofia).
La presenza divina in questo tipo di universo risulta essere quindi una presenza marginale, con un ruolo che non è più importante di quello di ogni altro elemento: “Nel sistema pluralistico, Dio, non essendo più l'assoluto, ha funzioni che possono essere considerate non del tutto dissimili da quelle delle altre parti minori, e perciò simili alle nostre stesse funzioni. Avendo un ambiente a lui esterno, esistendo nel tempo e creando la sua storia proprio come noi stessi, egli sfugge a quella estraneità rispetto a tutto ciò che è umano, la quale è propria dello statico, intemporale e perfetto Assoluto” (A Pluralistic Universe). |