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eoidealismo Italiano |
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| GIOVANNI GENTILE |
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L'idealismo è una corrente letteraria filosofica che tende a dimostrare l'unità esistente tra il finito e l'infinito, materiale e immateriale,, che esclude ogni dimensione di realtà del finito.
All'inizio del 1900 l'idealismo viene ripreso in Italia ad opera di due pensatori che ebbero un'influenza notevole nell'ambito della cultura italiana: Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Essi attuarono una profonda opera di rinnovamento del pensiero hegeliano e neoidealista, eliminando ogni elemento trascendente presente in queste dottrine, ed identificando nella storia il processo in cui si realizza tutta la realtà.
Il filosofo Giovanni Gentile nacque a Castelvetrano in Sicilia nel 1875, esercitò l'insegnamento a Palermo, a Pisa e a Roma, e nel periodo 1922-1924 fu ministro della Pubblica istruzione sotto il governo fascista. In questo periodo elaborò un'importante riforma della scuola Italiana, che, malgrado le modificazioni successive, esercitò una profonda influenza nell'ambito dell'istituzione scolastica Italiana. La sua adesione al partito fascista perdurò fino al 1944, anno in cui venne ucciso.
Nella prima fase della sua attività si dedicò a studi di storia della filosofia, scrisse, infatti, in questo periodo: Rosmini e Gioberti , Dal Genovesi al Galluppi , Studi vichiani , Il pensiero italiano del Rinascimento ; collaborò inoltre alla rivista Critica , diretta da Benedetto Croce. Successivamente la sua speculazione filosofica assunse una dimensione autonoma, che espresse per la prima volta nel saggio L'atto del pensiero come atto puro (1912) e successivamente in La riforma della dialettica hegeliana e ne La teoria generale dello spirito come atto puro (1916), Sistema di logica come teoria del conoscere , Sistema di pedagogia come scienza filosofica (1916), I fondamenti della filosofia del diritto, La filosofia dell'arte (1931), in cui polemizza con le teorie crociane, Genesi e struttura della società , pubblicato dopo la sua morte nel 1946.
L'idealismo hegeliano rappresenta per Gentile il punto di partenza della sua riflessione filosofica, che assume ben presto caratteristiche che vanno differenziandosi sempre più dal pensiero hegeliano.
La dialettica di Hegel riguarda l'oggetto del pensiero, mentre Gentile sostiene che soltanto all'interno del soggetto pensante, nell'atto del suo pensiero può realizzarsi la dialettica. Il pensiero coincide con la realtà; quest'ultima si risolve infatti nell'io che è autocoscienza, nell'atto in cui il pensiero è totalmente presente a sé stesso, e autocreazione: “La sola realtà solida, che mi sia dato affermare, e con la quale deve perciò legarsi ogni realtà che lo possa pensare, è quella stessa che pensa; la quale si realizza ed è così una realtà, soltanto nell'atto che si pensa. Quindi l'immanenza di tutto il pensabile all'atto del pensare, o, semplicemente, all'atto: poiché di attuale, per quei che si è detto, non c'è se non il pensiero in atto”.
Ponendo la realtà in tutti i suoi aspetti, il pensiero crea tutto ciò che è il proprio oggetto, negando quindi la realtà a tutto ciò che è esterno ad esso. Rispetto ad ogni individuo pensante, gli altri soggetti pensanti risultano oggetti del pensiero, così come ogni soggetto pensante può essere oggetto a sé stesso quando riflette su di sé, tuttavia la soggettività individuale si universalizza nel pensiero assoluto, o Soggetto trascendentale.
La libertà è la caratteristica fondamentale del pensiero, che definisce la sua attività creatrice; il solo limite che si oppone al pensiero è l'oggetto posto dal soggetto in modo non immediato, che è costituito da ciò che è stato posto dal pensiero in epoche precedenti, e che il pensiero deve fare nuovamente proprio.
La vita dello spirito si realizza solo nella misura in cui il soggetto pone il suo oggetto e ritorna a sé stesso: segue quindi un processo dialettico distinto in tre fasi: la tesi, in cui l'io afferma la propria soggettività; l'antitesi, in cui il soggetto si esaurisce nell'oggetto, la sintesi che unisce questi due momenti e dà loro un significato concreto.
Questi tre momenti dialettici costituiscono le forme sostanziali in cui si manifesta la vita dello Spirito: l'arte, la religione, la filosofia.
Nell'attività artistica il soggetto rimane racchiuso nell'ambito della propria realtà interiore, egli vive “la vita del proprio animo, il proprio sentimento, come si dice, ossia l'io nella sua immediata posizione soggettiva”.
Nell'ambito della religione il soggetto tende ad annullarsi completamente nell'oggetto, riconoscendo sé stesso come un nulla e considerando l'oggetto un'entità infinita e dotata di ogni perfezione: il culmine del sentimento religioso è il misticismo, al quale consegue la negazione della propria libertà da parte del soggetto e il riconoscimento della propria creazione da parte dell'oggetto, conosciuto tramite la rivelazione. Questi due momenti della vita dello Spirito tuttavia non si realizzano mal concretamente in questa dimensione assoluta, che di per sé stessa risulta astratta, in quanto l'attività artistica non può mai prescindere completamente da ogni contatto con oggetti esterni al soggetto, e il sentimento religioso possiede una funzione vivificante che esclude un annullamento veramente totale del soggetto; quindi per cogliere la realtà nei suoi aspetti più concreti è necessaria la filosofia in quanto sintesi di soggetto e di oggetto, che rende vere sia la tesi sia l'antitesi.
La filosofia viene definita “atto puro del pensiero”, in cui il pensiero pone tutta la realtà esistente nel suo sviluppo storico; essa assume quindi la forma di “storia della filosofia”, come analisi del processo di creazione della realtà da parte del pensiero considerato dal punto di vista del suo sviluppo storico.
La sintesi dei due momenti dialettici dello spirito non può essere attuata dalla scienza in quanto essa presenta in parte le caratteristiche dell'arte, poiché il suo oggetto è un oggetto non universale, e, analogamente alla religione, questo oggetto non è stato posto da essa; quindi essa possiede i limiti della tesi e dell'antitesi senza poter realizzare una sintesi: “La scienza, in quanto particolare e asistematica, è, rispetto alla realtà, nella posizione dell'arte, che non è filosofia perché la sua realtà è una realtà particolare, e perciò puramente subiettiva. D'altra parte, la scienza che ha innanzi a sé un oggetto, che lei non ha posto, colloca lo spirito di fronte a un reale, la cui realtà esclude la realtà dello spirito: onde essa è agnostica per sua natura, e pronta a dire non solo “ignoramus”, ma anche, e prima di tutto, “ignorabimus”, come fa la religione dinanzi al suo Dio ignoto e tremendo nel suo mistero. Ignorante del vero essere imperscrutabile delle cose, la scienza ne sa quello che stima puro fenomeno, apparenza soggettiva, unilaterale e frammentaria, come l'immagine del poeta che lampeggia alla fantasia in un sogno onde lo spirito s'estrania dal reale. La scienza, perciò, oscillando fra l'arte e la religione, non le unifica, come la filosofia, in una sintesi superiore, anzi assomma, col difetto di obiettività e universalità dell'arte, il difetto di subiettività e razionalità della religione”.
Nei Fondamenti della filosofia del diritto del 1916 e in Genesi e struttura della società del 1936 Gentile esprime la sua concezione dello stato, basata sulla realtà esclusivamente interiore dei rapporti fra gli uomini. Il diritto è il frutto della volontà dell'uomo, che si identifica col pensiero nella sua attività creatrice. Il frutto della volontà immediata dell'uomo è la moralità, che si realizza nella creazione del bene, invece il diritto è il prodotto della volontà realizzatasi nel passato: “non più libertà che è forza, ma stato o contenuto di volere, non più oggetto che è soggetto, ma oggetto opposto al soggetto” ( Fondamenti della filosofia del diritto ). La legge non risulta quindi estranea all'uomo, ma rappresenta ciò che egli ha in sé e che egli ritrova fissato in norme oggettive. “Il potere sovrano il volere lo ha già in sé, e fuori di sé, dove empiricamente gli si rappresenta armato di spada, non può vederlo se non attraverso di quello che ha già nel suo intimo, dov'è la radice e la vera sostanza della società e dello stato” ( Fondamenti della filosofia del diritto, ). Da questa concezione di Gentile deriva la giustificazione del potere assoluto dello stato, nel quale si trova oggettivata la volontà di tutti gli individui che ne fanno parte. |
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| BENEDETTO CROCE |
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Il maggiore rappresentante del neoidealismo italiano è Benedetto Croce, nato a Pescasseroli in Abruzzo nel 1866, morto a Napoli nel 1952. Fu legato da una grande amicizia a Giovanni Gentile, che collaborò alla sua rivista La critica dal 1903, anno della fondazione. Con l'affermarsi del fascismo Croce assunse posizioni molto diverse da quelle di Gentile, continuando a pubblicare sulla sua rivista ricerche e studi che sostenevano gli ideali di libertà in opposizione all'assolutismo del regime fascista, avvalendosi della relativa autonomia concessagli dal regime in nome del prestigio da lui goduto nel mondo della cultura.
I primi interessi di Croce furono rivolti a problemi essenzialmente letterari e storici, e solo in un secondo tempo approdò a interessi più propriamente filosofici. Scrisse, infatti, in questo periodo Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale (1902), Breviario di estetica (1912), La poesia (1936). Successivamente i suoi interessi andarono ampliandosi; pubblicò, infatti la Logica come scienza del concetto puro (1909), Filosofia della pratica, economica ed etica (1909), Teoria e storia della storiografia (1917), La storia come pensiero e come azione (1938), Il carattere della filosofia moderna (1941), Filosofia e storiografia (1949), Storiografia e idealità morale (1950). Fra le opere di interesse monografico sono da ricordare: La filosofia di Vico (1911), Saggio sullo Hegel (1912), Materialismo storico ed economia marxista (1900). La esposizione definitiva delle posizioni di Croce relative ai temi fondamentali della sua ricerca si trova negli Scritti di storia letteraria ed estetica .
La filosofia di Benedetto Croce è stata definita “storicismo assoluto” fondata sull'affermazione secondo la quale “la vita e la realtà è la storia e nient'altro che la storia” (La storia, p. 51). Il concetto di identità fra la realtà e la storia è tratto dalla filosofia hegeliana, in cui ogni dover essere coincide con l'essere. Croce sostiene, infatti, che “Con Hegel Dio era disceso definitivamente dal cielo alla terra, e non era più da cercare fuori dal mondo, dove non si sarebbe trovato di esso che una povera astrazione, foggiata dallo stesso spirito dell'uomo in certi momenti e per certi suoi intenti. Con Hegel si era acquistata la coscienza che l'uomo è la sua storia, la storia unica realtà, la storia che si fa come libertà e si pensa come necessità, e non è più la sequela capricciosa degli eventi contro la coerenza della ragione, ma è l'attuazione della ragione, la quale è da dire irragionevole sol quando dispregia e disconosce nella storia sé stessa” (Il carattere della filosofia moderna). Nella storia si realizza lo Spirito universale secondo un processo ciclico costituito da fasi successive attraverso le quali lo Spirito si arricchisce progressivamente senza ripetere mai le esperienze già vissute.
Le tappe fondamentali del processo di sviluppo dello Spirito sono due: una teoretica, attraverso la quale conosce la realtà e se ne riappropria; una pratica, in cui lo Spirito agisce modificando la realtà. Ognuna di queste due fasi presenta un momento individuale che costituisce la base per il momento universale successivo.
I momenti dello sviluppo dello Spirito risultano quindi:
1) la conoscenza del particolare, o intuizione estetica , che coincide con l'arte;
2) la conoscenza dell'universale che coincide con la filosofia;
3) la volizione del particolare o utile, che coincide con l'economia;
4) la volizione dell'universale che coincide con l'etica.
Sia nell'ambito dell'attività conoscitiva sia in quella pratica il primo momento è completamente autonomo, mentre il secondo può realizzarsi solo utilizzando i risultati del precedente: la filosofia, infatti, utilizza i mezzi espressivi dell'arte, la morale utilizza gli strumenti propri dell'azione economica. All'interno di ogni momento dello Spirito sussiste un contrapporsi di elementi contrari: bello e brutto nell'arte, vero e falso nella filosofia, utile e inutile nell'economia, bene e male nell'etica. La dialettica che Hegel identificava tra i diversi momenti dello spirito viene quindi ridotta da Croce a una opposizione interna ai diversi momenti, i quali risultano legati gli uni agli altri da un nesso che esclude ogni contrapposizione dialettica ed è costituito da un ordine di successione prestabilito.
L'arte è il primo momento in cui lo Spirito si realizza conoscendo il particolare senza attuare una distinzione fra la sua esistenza o la sua inesistenza; essa coglie “l'immagine nel suo valore di mera immagine, la pura idealità dell'immagine” (Nuovi saggi di estetica). L'oggetto della rappresentazione artistica viene colto tramite il sentimento: “Non l'idea, ma il sentimento è quel che conferisce all'arte l'aerea leggerezza del simbolo: un'aspirazione chiusa nel giro di una rappresentazione, ecco l'arte” (Nuovi saggi di estetica).
L'arte è quindi “intuizione lirica”, cioè trasfigurazione ed espressione del sentimento tramite immagini. Il sentimento nella sua immediatezza è tratto dall'ultima fase della vita dello spirito, cioè dai momenti in cui esso si realizza come spirito pratico, e di esso l'espressione artistica è parte integrante e inscindibile.
Dall'espressione artistica si differenzia tuttavia l'espressione tecnica, in cui “con la parola e con la musica si congiungono le scritture e i fonografi, con la pittura le tele e le tavole e le mura spalmate di colori, con la scultura e l'architettura le pietre tagliate e intagliate, il ferro e il bronzo e con gli altri metalli fusi, battuti e variamente foggiati ”. Attraverso la tecnica si realizza concretamente l'immagine del sentimento.
Il linguaggio costituisce l'espressione più immediata del sentimento dell'uomo, e quindi il linguaggio si identifica con la poesia, in quanto il sentimento non preesiste al linguaggio, ma si concretizza proprio tramite l'espressione linguistica. Attraverso la poesia si attua il passaggio dal particolare all'universale, e la dimensione finita assume una realtà infinita.
La conoscenza dell'universale si attua compiutamente nel secondo momento dello spirito, in cui i fatti individuali sono conosciuti nella realtà del loro collegamento storico tramite i concetti, che sono le “forme necessarie e universali” tramite le quali agisce lo Spirito. La conoscenza logica è quindi conoscenza dell'universale concreto, e si identifica con la storia, in cui lo Spirito si attua nella successione dei suoi momenti.
Questa concezione della conoscenza logica conduce Croce a una svalutazione della scienza, in quanto la sua possibilità di errore è incompatibile con la perfezione dello Spirito, e ad essa viene attribuita soltanto una funzione pratica, in quanto produce degli strumenti che sono utili all'uomo per muoversi nei vari ambiti della realtà, ma che non hanno alcuna funzione conoscitiva. I concetti propri della scienza e della matematica sono considerati da Croce degli “pseudo-concetti”, utili esclusivamente alla sintesi e alla conservazione di conoscenze precedenti, ma privi, gli uni, di universalità, e i secondi, di concretezza. “Gli strumenti delle finzioni concettuali... rendono possibile, per mezzo di un nome, di risvegliare e chiamare a raccolta moltitudini di rappresentazioni o almeno di indicare con sufficiente esattezza a quale forma di operazione convenga ricorrere per mettersi in grado di ritrovarle e di richiamarle” (Logica, 1920).
Il momento pratico dello spirito, nel quale Croce inserisce la scienza, si realizza in un primo tempo come “volizione del particolare”, in cui ogni individuo tende a soddisfare i propri bisogni, o ciò che egli percepisce come tale, utilizzando gli strumenti che gli sembrano più consoni al raggiungimento di ciò che permette la soddisfazione del bisogno, col minimo spreco di energia.
La volizione dell'universale si identifica con l'eticità, in cui si verifica un inserimento sempre più vasto dello spirito nella realtà storica, e in particolare nello stato. Croce concepisce lo stato come “un processo di azioni utili di un gruppo di individui o tra i componenti di esso gruppo” (Etica e politica, p. 216). Tutti gli aspetti della realtà dello stato sono costituiti dalle “azioni degli individui, volontà da essi attuate e mantenute salde, concernenti certi indirizzi più o meno generali, che si stima utile promuovere”, e a queste realtà tutti devono sottomettersi: “ogni consenso è forzato, più o meno forzato ma forzato, cioè tale che sorge sulla “forza” di certi fatti e perciò “condizionato”: se la condizione di fatto muta, il consenso, com'è naturale; viene ritirato, scoppiano il conflitto e la lotta, e un nuovo consenso si stabilisce sulla condizione nuova. Non c'è formazione politica che si sottragga a questa vicenda: nel più liberale degli stati come nella più oppressiva delle tirannidi il consenso c'è sempre, e sempre è forzato, condizionato, mutevole” (Etica e politica).
La morale non si identifica totalmente con la vita politica dello stato, ma può opporsi ad essa e modificarla. Come Machiavelli, Croce riconosce “la necessità e l'autonomia della morale, della politica che è al di là, o piuttosto al di qua; del bene e del male morale, che ha le sue leggi a cui è vano ribellarsi, che non si può esorcizzare e cacciare dal mondo con l'acqua benedetta”.
Il liberalismo è la dottrina politica che Croce concepisce come la più adatta a dare il suo vero significato alla vita e a nobilitarla con la “diversità e opposizione delle forze spirituali” che agiscono in un ambito esclusivamente immanente e pratico ed escludono ogni ideale “trascendente” da imporre agli uomini in quanto tale. |
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