Filosofia e Storia della letteratura: filosofia periodo ellenistico. Gli autori e scrittori del passato che hanno contribuito alla cultura
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STOICI ED EPICUREI

Storia dello stoicismo epicureico.

L'antico stoicismo (Zenone, Cleante, Crisippo ) che si estende dal secolo III (Zenone di Cizio, il fondatore della Scuola, è muorì nel 264) fino all'inizio del secolo II a.C. Ci restano di questa scuola filosofica soltanto dei piccoli frammenti e dei rapporti di commentatori; a questi stoici antichi bisogna ricollegare le grandi dottrine cosmologiche, logiche, religiose di cui si ritroveranno le tracce in altra epoca.

Il medio stoicismo (Panezio, Posidonio ) corrisponde al II secolo prima della nostra era. Esso si ricollega, volente o nolente, all'eclettismo ellenico e alle dottrine aristoteliche e platoniche, contro le quali insorgeva l'antico stoicismo.

Lo stoicismo romano dell'epoca Imperiale ( Seneca , Epitteto, Marco Aurelio) corrisponde ai due primi secoli dell'era cristiana. Si limita alla riflessione morale e si inserisce per molti aspetti nell'indirizzo eclettico, dimostrando un particolare interesse per il problema religioso.

Caratteristiche generali dello stoicismo.

La logica. Il termine logica viene adoperato per la prima volta da Zenone, per indicare la scienza che studia i “ logoi ”, o discorsi. Secondo gli stoici la conoscenza è esclusivamente materiale, e in quanto tale deriva dai sensi, che registrano passivamente la realtà esterna. Dall'insieme delle rappresentazioni sensibili si formano i concetti generali (prolepsi), che concernono l'universale ma hanno una dimensione esclusivamente mentale, in quanto l'universale non ha una sua realtà. Le nozioni che sono comuni a tutti gli uomini non sono innate, ma hanno origine dal fatto che l'apparato sensoriale è simile in tutti gli individui ed esiste un certo numero di dati sensoriali che sono comuni a tutti gli uomini. La sensazione rappresenta quindi l'elemento fondamentale della conoscenza, ma non la esaurisce: è necessario, infatti, l'intervento dell'intelletto che deve giustificare la rappresentazione sensoriale come pienamente adeguata all'oggetto. In tale giudizio, definito “rappresentazione catalettica” si identifica il criterio di verità della conoscenza.

Zenone esprime il processo della conoscenza attraverso l'immagine della mano, che, tutta aperta con le dita tese, rappresenta l'anima che riceve passivamente i dati sensibili; poi la mano piega le dita, a rappresentare l'anima che esprime assenso; la mano stretta a pugno esprime la comprensione catalettica, le due mani strette una sull'altra esprimono la scienza, come connessione di tutte le conoscenze, che dà il vero possesso dell'oggetto.

La fisica . Gli stoici concepiscono la realtà come un unico organismo materiale fornito di vita e di movimento. In esso la materia rappresenta il principio passivo, mentre il principio attivo è rappresentato dall'anima, anch'essa materiale, che è caratterizzata dall'intelligenza e rappresenta per gli stoici la divinità che regge il mondo secondo un criterio finalistico e provvidenziale. Questa divinità si identifica col fuoco, un soffio (pneuma) vitale che possiede in sé i principi dell'origine di tutte le cose (semi razionali) e si manifesta con gradi diversi di intensità secondo gli esseri, e come ragione nell'uomo, per cui conduce ogni essere alla realizzazione spontanea della sua natura, secondo un disegno provvidenziale.

L'universo segue così un ciclo vitale suo proprio fino alla conflagrazione universale, in cui avverrà il disintegrarsi delle cose nell'unità originaria, da cui poi riprenderà nuovamente il ciclo, per l'eternità. Tutto ciò che accade nel mondo si inserisce nel processo di realizzazione della finalità propria di ogni essere, quindi si può considerare come “ bene ”, mentre il male non esiste come entità che si contrappone al bene, ma costituisce solo un momento necessario della realizzazione dell'armonia che regola l'universo.

La morale . Il riconoscimento della necessità dello sviluppo dell'universo secondo il fine che gli è proprio, induce gli stoici a far coincidere la felicità con l'adesione volontaria e consapevole a questo processo, che per l'uomo consiste nel l'utilizzare la ragione, che è la facoltà che lo caratterizza, per realizzare l'accordo con se stesso e con la natura. Il fondamento dell'etica stoica si può esprimere con la formula “ vivere secondo natura ”.

Il dovere è il principio che deve rendere le azioni dell'uomo conformi alla sua legge, che è la legge della ragione. “ Gli stoici chiamano dovere ciò la cui scelta può essere razionalmente giustificata... Delle azioni compiute per istinto alcune sono doverose, altre contrarie al dovere, altre né doverose né contrarie al dovere. Doverose sono quelle che la ragione consiglia di compiere, come onorare i genitori, i fratelli, la patria e andar d'accordo con gli amici.

Contro il dovere sono quelle che la ragione consiglia di non fare... ” (Diogene Laerzio, Vll, 107-109). La nozione stoica del dovere ha come sua conseguenza la giustificabilità del suicidio, che il saggio è tenuto a compiere quando non sussistano le condizioni per realizzare pienamente ciò che la ragione gli detta; e molti dei filosofi stoici posero fine alla loro vita per tenere fede a questo concetto.

Il dovere coincide col bene, cioè con la virtù, quando diventa una disposizione costante dell'animo dell'uomo saggio, e in questo modo costituisce la vera felicità, cioè l'adesione all'ordine razionale dell'universo. L'accettazione di tutti gli avvenimenti che riguardano la vita individuale o collettiva e l'annullamento dei sentimenti e delle passioni che indurrebbero l'individuo a voler modificare il corso degli avvenimenti costituiscono per il saggio la realizzazione della virtù e quindi la felicità intesa come “ apatia ”, assenza di emozioni e di passioni, identificazione della volontà dell'individuo con la necessità del mondo. L'universalità della ragione induce l'uomo a un senso di solidarietà verso tutti gli uomini, al di là dell'appartenenza a un determinato Stato: Zenone raffigurava, infatti, l'umanità come un gregge governato da una legge comune.

Lo stoicismo romano . Si sviluppa particolarmente nel I secolo d.C. con l'affermarsi dell'impero e il dilagare della violenza, in quanto rappresenta un rifugio nei confronti del mondo esterno e una garanzia di libertà interiore. I maggiori rappresentanti sono:

- Seneca che fu maestro e ministro di Nerone, di cui ci sono giunti numerosi trattati morali, 124 lettere all'amico Lucilio e le Questioni naturali;

- Epitteto, nato in Frigia, che fu schiavo di un liberto di Nerone e che in seguito, liberato e avuta la possibilità di istruirsi, si dedicò all'insegnamento; delle sue opere ci sono giunte quattro dissertazioni raccolte dal suo discepolo Fabio Arriano, e un Manuale, in cui sono affrontati problemi morali, che venne tradotto da Giacomo Leopardi.

L'imperatore Marco Aurelio fu anch'egli fra i massimi esponenti dello stoicismo romano, e lasciò i Pensieri, che ci sono giunti integralmente.

Seneca riprende il concetto della solidarietà universale fra gli uomini mettendo in particolare risalto la presenza di Dio in ogni individuo, e la necessità dell'amore reciproco. Epitteto rileva che Dio è il padre di tutti gli uomini, e Marco Aurelio afferma che questa paternità è fondata sull'intelligenza, che è parte di Dio, e in virtù di questo rapporto di parentela gli uomini devono amarsi l'uno con l'altro. “È proprio dell'uomo amare anche chi lo percuote. Devi avere presente che tutti gli uomini ti sono parenti, che essi peccano solo per ignoranza e involontariamente, che la morte incombe su tutti, e specialmente, che nessuno può intaccare la tua ragione ” (Vll, 22).

La morte viene interpretata come liberazione dell'anima e inizio di una vita vera. Questi elementi, che avvicinano notevolmente la dottrina stoica al cristianesimo, fecero supporre dei contatti fra i suoi esponenti e i primi cristiani, e si è anche parlato di uno scambio di lettere fra Seneca e San Paolo. Ma di tutto ciò non esistono prove.

Il giardino di Epicuro.

Epicuro conobbe la filosofia di Democrito, dalla quale fu notevolmente influenzato, anche se se ne distaccò in seguito; insegnò ad Atene, nel giardino in cui si radunavano i seguaci della sua dottrina, ai quali richiedeva fedeltà assoluta ai suoi insegnamenti. Gli scritti di Epicuro che sono giunti fino a noi sono: tre lettere, una raccolta di Massime capitali e il testamento ; della sua opera più importante, intitolata Della natura sono stati scoperti recentemente dei frammenti nei papiri di Ercolano. L'epicureismo si diffuse notevolmente in Grecia e soprattutto a Roma, in cui venne scritta da Tito Lucrezio Caro (96-53 a.C.) l'opera De rerum natura che esponeva il pensiero di Epicuro mettendo in risalto soprattutto la liberazione dalla paura della morte e degli dei.

Per Epicuro lo scopo della filosofia è quello di condurre gli uomini alla felicità, liberandoli da tutti i timori che possono impedire loro di raggiungere questo obiettivo. “Se non fossimo turbati dal pensiero delle cose celesti e della morte e dal non conoscere i limiti del dolore e dei desideri, non avremmo bisogno della scienza della natura ” (Massime capitali, 11).

La filosofia quindi si presenta agli uomini come un “quadruplice farmaco”: in primo luogo vuole liberare gli uomini dalla paura degli dei, dimostrando che il mondo è regolato da una legge di necessità e gli dei sono quindi estranei a tutte le vicende umane; vuole eliminare il timore della morte in quanto essa per gli uomini non esiste; “Quando ci siamo noi la morte non c'è, quando c'è la morte non ci siamo noi” (Lettera a Meneceo, 124); vuole inoltre dimostrare la facile raggiungibilità del piacere e la provvisorietà del dolore. La filosofia si distingue in tre parti: la logica, la fisica e la morale.

La logica di Epicuro si fonda sulla sensazione: essa è l'unico strumento di conoscenza vera, sulla quale si basa ogni criterio di verità. Accettando la teoria di Democrito, egli afferma che le sensazioni sono determinate dagli atomi che si separano dalle cose per “ impressionare ” l'anima dell'uomo. Le esperienze successive e ripetute determinate dalla sensazione permettono di formulare i concetti tramite il linguaggio, che impone un unico nome a sensazioni distinte ma simili. I concetti permettono quindi delle anticipazioni di sensazioni future, pur rimanendo sempre legati all'esperienza sensibile. L'errore non può essere imputato alla sensazione, in quanto questa è determinata direttamente dalle cose sull'anima che la recepisce passivamente, è da attribuire invece al modo in cui vengono interpretati e giudicati i dati dell'esperienza sensibile.

La fisica . Epicuro interpreta l'universo secondo la fisica di Democrito, e considera quindi la realtà come costituita da atomi il cui movimento è regolato da leggi determinate e necessarie, che escludono ogni possibilità di intervento da parte dell'uomo. Per spiegare l'origine del mondo egli introduce una variazione rispetto alla dottrina democritea, facendo uso del concetto di “clinamen”, una deviazione cioè del tutto casuale che interrompe la caduta verticale degli atomi legata alla necessità e permette il formarsi di un movimento vorticoso da cui hanno origine i corpi per l'aggregazione degli atomi stessi. I mondi che ne risultano sono infiniti e soggetti a fasi cicliche di nascita e di morte.

Anche l'uomo è costituito da queste aggregazioni di atomi, più pesanti quelli che ne formano il corpo, più leggeri quelli che formano la sua anima. che risulta comunque anch'essa materiale. La necessità che regola l'universo, spezzata solo dal “clinamen”, esclude ogni intervento divino e ogni provvidenza. Gli dei esistono, ma non si occupano del mondo e degli uomini; gli uomini non hanno quindi alcuna ragione di temerli.

La morale . Epicuro considera propria della natura umana la tendenza a raggiungere il piacere e ad evitare il dolore e lo scopo della sua dottrina è proprio quello di indirizzare l'uomo alla realizzazione delle sue caratteristiche fondamentali. Egli dà una definizione negativa del concetto di piacere, che identifica con la mancanza di dolore, e riconosce come unica possibilità per l'uomo di raggiungere la felicità, I'“aponia”, o mancanza di dolore, e l'“atarassia”, o mancanza di turbamento. Questo tipo di piacere si ottiene con la soddisfazione dei bisogni naturali e necessari, che sono indispensabili al benessere dell'uomo; è da evitare invece la soddisfazione di esigenze non essenziali, che conducono a un piacere momentaneo, che deve essere continuamente alimentato dalla soddisfazione di sempre nuovi bisogni.

Nei confronti dei piaceri è necessario quindi fare un calcolo saggio e prudente per scegliere le soddisfazioni dei soli bisogni che possono condurre a una condizione duratura di serenità, in modo che l'uomo non sia soggetto a tutto ciò che gli si impone come necessario. “Ad ogni desiderio bisogna porre la domanda: che cosa avverrà se esso viene appagato? Soltanto l'accorto calcolo dei piaceri può far sì che l'uomo basti a se stesso e non divenga schiavo dei bisogni e della preoccupazione per l'indomani. Ma questo calcolo può essere dovuto solo alla saggezza (frònesis). La saggezza è anche più preziosa della filosofia, perché da essa nascono tutte le virtù e senza di essa la vita non ha né dolcezza, né bellezza, né giustizia ” (Lettera a Meneceo, 132). Il saggio è quindi colui che raggiunge l'aponia e l'atarassia sapendo gerarchizzare i suoi desideri e affidandosi abilmente al calcolo dei piaceri che potrà ricavarne.

• Secondo Epicuro i piaceri hanno un carattere esclusivamente sensibile, o riconducibile comunque alla sensibilità: “ Per mio conto io non so concepire che cosa è il bene, se prescindo dai piaceri del gusto. dai piaceri d 'amore, dai piaceri dell'udito, da quelli che derivano dalle belle immagini percepite dagli occhi e in generale da tutti i piaceri che gli uomini hanno dai sensi. Non è vero che la gioia della mente è un bene; giacché la mente si rallegra nella speranza dei piaceri sensibili nel cui godimento la natura umana può liberarsi dal dolore ” (Cicerone, Tusculane, 111, 18, 42; fr. 69).

La partecipazione dell'uomo alla vita pubblica viene sconsigliata da Epicuro, in quanto facilmente può giungere a turbare la tranquillità dello spirito; mentre invece l'isola mento nell'ambito del la propria vita familiare è la condizione più favorevole per il raggiungimento della serenità: “vivi nascosto” è, infatti, il motto che meglio ha espresso il disinteresse dell'epicureismo per l'attività politica. L'isolamento dalla vita pubblica non esclude tuttavia la disponibilità per i rapporti umani che si svolgono nell'ambito della sfera privata; gli epicurei, infatti, elogiavano l'amicizia come rapporto che non Si basa sulla ricerca di un utile, ma che tuttavia non lo esclude completamente, in quanto essa è costituita anche dalla certezza di poter contare sull'aiuto e la solidarietà degli amici. Gli Epicurei stessi coltivarono numerose amicizie che divennero famose per la loro profondità.

PLOTINO

Il Neoplatonismo costituisce la manifestazione più importante del pensiero religioso alessandrino, che, inserendo nella dottrina platonica elementi tratti dal pitagorismo, dallo stoicismo, dall'aristotelismo, giunse ad influenzare in modo notevole la filosofia del periodo medievale, e, indirettamente, anche quella moderna. Il principale rappresentante del neoplatonismo è Plotino.

Plotino nacque in Egitto nel 203 o 204 d.C. e conobbe in Oriente il pensiero persiano e indiano. Visse a Roma, dove fondò una scuola che ebbe molti seguaci. I suoi scritti furono pubblicati dal discepolo Porfirio che li ordinò in sei libri di nove parti ciascuno (per questo furono dette Enneadi ).

Plotino considera la totalità della realtà utilizzando uno schema ontologico, che ne spieghi sia la razionalità sia l'irrazionalità. Vi sono secondo Plotino tre gradi dell'essere, o ipostasi; di essi il primo grado coincide con l'essere assoluto, perfetto, che non ha alcun limite ed è al di fuori del tempo. Esso viene chiamato l'Uno e rappresenta Dio nella sua assoluta trascendenza; non possiede alcun attributo poiché questo distruggerebbe la sua unità, è un pensiero puro assolutamente indefinito (si riconosce in ciò un tema del pensiero eleatico). L'uomo inoltre non può definire alcuna caratteristica di Dio in quanto egli risulta inconoscibile alla mente umana, che può indicarne solo le determinazioni negative, ossia ciò che non è.

Plotino risulta, in questo senso, l'iniziatore della cosiddetta “teologia negativa” che si svilupperà in seguito come un aspetto rilevante della teologia. La definizione di Dio come unità non esclude tuttavia il politeismo : “Non restringere la divinità a un unico essere, farla vedere così molteplice come essa si manifesta, ecco ciò che significa conoscere la potenza della divinità, capace, pur restando quella che è, di creare una molteplicità di dei che si connettono con essa, esistono per essa e vengono da essa” (II, 9, 9).

La creazione avviene dall'Uno per emanazione “allo stesso modo in cui la luce si spande attorno al corpo luminoso o il calore attorno al corpo caldo” (V, 1, 6) senza un atto di volontà che sarebbe in contraddizione con l'immutabilità dell'Uno. Gli esseri emanati, pur partecipando della perfezione divina, procedono progressivamente verso la molteplicità e l'imperfezione della materia, fino al punto estremo di lontananza dall'Uno. La prima emanazione è l'Intelletto, cioè l'immagine di Dio, pensiero che pensa sé stesso, che corrisponde al mondo delle idee platoniche e che viene paragonato da Plotino al Demiurgo .

La seconda emanazione è l'Anima del mondo, immagine dell'Intelletto, che governa il mondo come Provvidenza. Il mondo inferiore è caratterizzato dalla materia, che coincide col non-essere e con la mancanza di bene, e che viene vivificata e strutturata in modo unitario dall'Anima del mondo, della quale fanno parte anche le singole anime degli uomini.

L'universo intero è una gerarchia di esseri più o meno perfetti che procedono dall'Uno. Questo movimento è equilibrato da un processo inverso per il quale tutte le forme della realtà tendono a loro volta verso l'Uno, nel quale si annullano. L'anima dell'uomo in particolare, che vive prigioniera nel corpo che la racchiude, tende a liberarsi della materia per riavvicinarsi a Dio.

Questo processo di riavvicinamento all'unità originaria segue diverse fasi, di cui la prima è la liberazione dai legami che uniscono l'uomo alla materia, che si attua per mezzo della virtù, che, in quanto sapienza, permette all'uomo di raggiungere la liberazione dal desideri determinati dai sensi, in quanto temperanza, lo libera dalle passioni, in quanto coraggio, dalla paura della morte, e in quanto giustizia permette il prevalere in lui della ragione. La seconda fase del ritorno all'Uno consiste nella contemplazione della realtà intelligibile , superiore alla materia, che avviene tramite la musica, che permette all'uomo di osservare i rapporti perfetti fra i suoni che si esprimono nell'armonia; e attraverso l'amore, con cui l'uomo supera la contemplazione della bellezza corporea a favore di quella incorporea, che possiede in sé un riflesso del Bene.

La terza fase è rappresentata dalla ricerca filosofica orientata verso il mondo intelligibile, la quale può giungere a comprendere solo il Logos, poiché la ragione rimane sempre distinta dal suo oggetto, mentre la contemplazione dell'Uno richiede l'unità del soggetto e dell'oggetto. Questa unità viene raggiunta all'ultimo stadio del processo di elevazione, non ad opera della ragione ma dell'anima, che, in uno slancio mistico, riesce a superare i limiti dell'umano e a ricongiungersi con Dio.

L' estasi è definita come un fenomeno eccezionale, che può essere vissuto solo dal filosofo in rari casi: Plotino afferma di averla raggiunta solo 4 volte.
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