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ilosofia Greca |
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| PRESOCRATICI |
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Caratteri generali presocratici
La ricerca di uno dei principi che spieghi, sono le origini e le leggi dell'universo che si sviluppa, a partire dal VI secolo, abbandonando pian piano il mito e sostituendolo con l'osservazione critica filosofica. La verifica della realtà tendeva a rendere inutilizzabile l'interpretazione della natura basata sulla fantasia quando sempre più la Grecia si impegnava contro la minaccia dei Persiani e sviluppava al massimo la sua civiltà durante il periodo di Pericle . La necessità di un orientamento nell'ambito della molteplicità delle apparenze della natura in continuo divenire determina la ricerca di una legge che identifichi l'unità del reale. Si vuole conoscere la sostanza fondamentale di ogni cosa, che permane al di là di ogni mutamento, spiega l'origine nel tempo di tutti gli elementi della realtà e costituisce la legge che ne regola il divenire. I filosofi di questo periodo sono detti presocratici in quanto precedono nel tempo la filosofia di Socrate, rivolgendo il loro interesse soprattutto alla natura, mentre Socrate dà origine alla fase antropologica della filosofia greca.
Le scuole filosofiche
Il movimento filosofico dei presocratici è distinto in varie scuole: ionica, pitagorica, eleatica, atomistica, che si svilupparono in Asia Minore e nella Magna Grecia (Italia meridionale e Sicilia); solo alla metà del V secolo uno dei presocratici più importanti, Anassàgora di Clazomene, si stabilisce ad Atene. Il termine “scuola ” si riferisce a un movimento di pensiero che si forma attorno a personaggi di grande fama, i quali attraggono attorno a sé studiosi di diversa levatura che si ispirano liberamente al pensiero del “maestro” realizzando in modo autonomo le loro ricerche.
Il termine filosofo indica un uomo dal sapere enciclopedico, il cui problema fondamentale può essere enunciato in questo modo: come si è formato l'universo? La terra, il cielo, gli astri, da dove vengono? Qual è il loro principio primo? Qual è la legge che regola i ritmi delle loro trasformazioni e del loro movimento? La filosofia dei presocratici utilizza come strumento l'indagine critica sulla realtà al di là di ogni dogma e di ogni tradizione, osservando i fenomeni naturali e cercando di interpretarli razionalmente. Si verifica quindi un profondo distacco dalla cultura orientale, che era basata sul rispetto della tradizione e sulla trasmissione da parte dei maestri ai discepoli del contenuto di libri considerati sacri.
L'autonomia del pensiero basata sulla ragione costituisce quindi il carattere fondamentale della filosofia greca, che si manterrà costante dalle origini lungo tutto il suo sviluppo.
Prima generazione alla ricerca della sostanza prima.
I filosofi della scuola ionica di Mileto e le sette pitagoriche propongono vasti temi cosmologici, riconducendo la varietà delle cose a un'unica sostanza (l'aria, o l'acqua, o il numero, a seconda della dottrina). A Mileto, capitale della lonia nell'Asia Minore, si sviluppa la prima scuola filosofica durante tutto il secolo VI e rivolge la sua ricerca alla identificazione della sostanza primordiale, che, secondo la concezione ilozoista, contiene in sé la forza che è principio della molteplicità e del divenire.
• Il Fondatore della scuola è Talete, che non lasciò scritti e che conosciamo attraverso le opere di Aristotele: “ Talete dice che il principio è l'acqua; prendeva forse argomento dal vedere che il nutrimento di ogni cosa è umido e persino il caldo si genera e vive nell'umido: ora ciò da cui tutto si genera è il principio di tutto. Perciò si appigliò a tale congettura, ed anche perché i semi di tutte le cose hanno una natura umida e l'acqua è nelle cose umide il principio della loro natura”.
L'identificazione della materia primordiale nell'acqua risulta influenzata da credenze mitiche, chiaramente presenti in Omero.
Talete non fu solo un filosofo, ma anche matematico e astronomo, oltre che politico; trovò la dimostrazione di alcuni teoremi geometrici, probabilmente utilizzando conoscenze acquisite in Egitto. Riuscì a misurare le piramidi basandosi sulla lunghezza delle loro ombre; predisse l'eclisse solare del 28 maggio 585 a.C. ed inoltre, come riporta Erodoto promosse l'unione dei Greci della lonia in uno stato federativo con capitale Teo.
• Anassimandro fu il primo filosofo che lasciò un'opera scritta, intitolata Intorno alla natura: in essa definisce la sostanza primordiale come “ àpeiron ”, indefinito, che comprende tutta la materia allo stato indistinto e indefinito (aòriston). Dal movimento eterno che anima la materia infinita e indistinta ha origine la separazione degli elementi contrari (caldo, freddo, ecc.) dai quali si generano tutte le cose e i mondi infiniti che poi tornano a dissolversi nell'àpeiron dopo aver concluso il loro ciclo vitale secondo una legge prestabilita.
La legge che governa il mondo nel succedersi dei suoi cicli è parte dell'infinito, che risulta quindi al tempo stesso sostanza prima e norma eterna secondo la quale si realizza la molteplicità e il divenire. Il fatto che l'infinito non sia costituito da nessuna delle sostanze presenti nella realtà lo caratterizza come privo di corporeità e dotato di infinita estensione, quindi come entità trascendente il mondo, divina, definita da Anassimandro per la prima volta non più secondo gli schemi del mito, ma secondo i criteri della ricerca naturalistica e filosofica.
• Anassimene , discepolo di Anassimandro, considera l'aria infinita e dotata di movimento come sostanza primordiale, principio di vita sia per l'uomo sia per il mondo, che viene immaginato come un immenso animale. Il movimento dell'aria è caratterizzato dalla rarefazione e dalla condensazione: rarefacendosi l'aria genera calore e si trasforma in fuoco, lampo, sole, ecc., condensandosi genera il freddo e dà origine alla terra, all'acqua, alla pietra, e progressivamente a tutti gli altri elementi della realtà e a infiniti mondi i quali seguono un ciclo prestabilito e tornano poi a dissolversi nell'aria. |
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| SOFISTI |
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Verso la metà del secolo V si verificarono dei profondi mutamenti sia nell'ambito della vita politica e culturale di Atene, sia nella ricerca filosofica, che non ha più per oggetto la natura, ma l'uomo. Le teorie filosofiche elaborate fino a quel momento avevano rivelato la capacità dell'uomo di comprendere la totalità dell'universo e lo avevano posto quindi in condizioni di preminenza rispetto agli altri esseri. Inoltre la differenziazione fra conoscenza sensibile, che impedisce la comprensione totale della realtà, e la conoscenza razionale, che permette il raggiungimento della verità, poneva l'uomo di fronte alla necessità di una riflessione sulle sue reali possibilità di interpretazione del mondo.
Le dottrine filosofiche precedenti la metà del V secolo avevano già in sé gli elementi per indurre la ricerca filosofica a una svolta che la portasse ad assumere l'uomo come oggetto fondamentale della sua indagine. Grandissima importanza a questo proposito hanno le condizioni storiche che si verificarono in Grecia in tale periodo.
I Greci infatti riescono a vincere i Persiani e a salvare la loro indipendenza, iniziando un periodo di grande splendore economico e culturale. L'attività intellettuale, e filosofica in particolare, si sposta dalle colonie della Ionia e della Magna Grecia ad Atene, dove si sviluppa con grande fervore, anche a causa delle istituzioni democratiche che permettono a tutti i cittadini di partecipare alla vita politica, la quale richiede, come dote fondamentale, una vasta cultura e una capacità oratoria che possa esprimerla adeguatamente.
I Sofisti ( Protagora e Gorgia di Lentini) rispondono a questo bisogno, in quanto sapienti disposti ad insegnare ai giovani, desiderosi di intraprendere la carriera politica, la conoscenza della virtù e la retorica, cioè la capacità di riuscire persuasivi nell'esposizione delle loro idee.
I Sofisti si differenziano notevolmente quindi dalle scuole filosofiche precedenti, poiché il loro sapere e la loro ricerca non è di tipo teoretico , ma essenzialmente pratico, in quanto costituisce uno strumento per formare l'uomo e aiutarlo ad orientarsi e inserirsi nell'ambito della vita pratica in generale, e politica in particolare. Il loro insegnamento doveva quindi venire incontro alle esigenze di coloro che aspiravano a diventare classe dirigente, e per questo era retribuito; perciò non poteva fondarsi su presupposti assoluti da imporre come fondamento della verità, ma doveva adattarsi ai valori della società in cui si trovavano ad operare, assumendo quindi un carattere di relativismo che ne divenne la caratteristica fondamentale.
I Sofisti, infatti, non fissano la loro attività in alcun centro, ma si spostano in tutte le città della Grecia e delle colonie, ovunque sia richiesto il loro insegnamento, e il contatto con popoli diversi e diverse forme di cultura dà loro il senso della relatività del sapere, che non è mai assoluto ma varia secondo i popoli e secondo i diversi momenti storici. Il loro insegnamento, che si considerava strumentale all'inserimento e all'affermazione degli uomini nella loro società, era basato prevalentemente su dottrine formali come la grammatica, la retorica, di cui essi affermavano in modo spregiudicato il valore, indipendentemente dai contenuti che esse esprimevano e dalle finalità che volevano raggiungere.
Essi furono oggetto di biasimo presso molti contemporanei che vedevano nella loro attività un incentivo alla corruzione e all'abbandono da parte dei giovani dei valori tradizionali. Ebbe particolare risonanza il disprezzo manifestato nei loro confronti da Aristofane nella commedia Le nuvole , che mette in risalto la vacuità della loro sapienza.
I Sofisti furono i rappresentanti della crisi che attraversava il popolo greco e prepararono, attraverso la loro opera di distruzione della cultura tradizionale, un nuovo momento di sviluppo, ponendo l'uomo, con tutte le sue esigenze, al centro del problema filosofico. |
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| SOCRATE |
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Socrate rappresenta la via d'uscita dalla crisi che aveva caratterizzato il pensiero greco durante il periodo dei sofisti. Nacque da uno scultore e da una levatrice e visse ad Atene allontanandosene solo per combattere in difesa della patria. Egli trascurò la vita politica dedicandosi esclusivamente alla filosofia considerata come ricerca all'interno di se stesso e degli altri, della verità intesa come bene e come giustizia. Dedicò a questa ricerca tutto il suo tempo trascurando ogni altra attività e non curandosi del guadagno; trascorreva, infatti, il tempo nelle piazze, nelle strade, nelle osterie mettendo in pratica il suo metodo filosofico che consisteva nel conversare con tutti, interrogando e interrogandosi alla pari con i suoi interlocutori, al contrario dei sofisti che si ponevano in una posizione di superiorità rispetto ai loro discepoli, ai quali rivelavano il sapere da essi posseduto. Il suo atteggiamento critico verso ogni tipo di opinione e di credenza gli attirò il biasimo del partito conservatore che lo accusò di empietà e di corruzione dei giovani. Il suo atteggiamento sprezzante verso il tribunale che doveva giudicarlo determinò la sua condanna a morte.
Socrate non scrisse, nulla in quanto affrontava la ricerca come un attività incessante, che non poteva essere cristallizzata in uno scritto, in quanto priva di un punto di arrivo definitivo, e legata indissolubilmente al dialogo e al contatto diretto con l'interlocutore. La mancanza di testimonianze dirette del pensiero socratico ha creato un problema relativo all'attendibilità delle fonti da cui possiamo trarre le nostre informazioni, in quanto esse risultano piuttosto divergenti fra loro. Le testimonianze principali sono quattro: quella di Platone, che inserisce Socrate come protagonista dei suoi dialoghi principali esprimendo per suo tramite la sua dottrina. Questa testimonianza è la più attendibile in quanto egli fu uno dei più devoti allievi di Socrate e quindi un profondo conoscitore del suo metodo di ricerca, anche se c'è il rischio che egli abbia attuato, soprattutto nei dialoghi della maturità, una trasfigurazione più o meno rilevante della figura di Socrate. Fonte principale della conoscenza del pensiero socratico risultano soprattutto i dialoghi scritti da Platone nella sua giovinezza, immediatamente dopo la morte di Socrate, nei quali si suppone egli abbia espresso il pensiero del suo maestro con maggiore fedeltà di quanto avrebbe potuto fare in periodi successivi, in cui la sua dottrina avrebbe seguito una via di sviluppo molto diversa da quella socratica.
Le testimonianze di Aristotele che affrontano alcuni aspetti del pensiero socratico, sembra siano derivate a loro volta da Platone, e quindi non hanno una rilevanza notevole. L'opera di Senofonte Detti memorabili di Socrate non appare di grande importanza, data la scarsa attitudine di Senofonte alla comprensione del pensiero filosofico, la brevità del periodo in cui egli venne a contatto con Socrate e il fatto che l'opera venne scritta molto tempo dopo. La testimonianza di Aristofane nella commedia Le nuvole non ha valore storico, in quanto rappresenta nel personaggio di Socrate caratteristiche appartenenti a filosofi diversi, ma dimostra comunque la notorietà di Socrate nell'Atene del suo tempo.
I temi del pensiero socratico.
L'Oggetto della ricerca filosofica di Socrate è l'uomo e la società in cui vive, allo scopo di permettere a ogni individuo di vivere in rapporto a se stesso e agli altri secondo un criterio di giustizia. Per questo Socrate pone a fondamento della sua ricerca il motto che appariva sul frontone del tempio di Delfi: “Conosci te stesso”, in quanto l'uomo può giungere a conoscere il criterio di giustizia che deve regolare tutte le sue azioni solo ricercandolo in se stesso e negli altri e scoprendo i fondamenti della propria umanità, individuale e universale al tempo stesso. La contraddittorietà delle opinioni individuali, specialmente per ciò che riguarda il bene e la giustizia nei confronti dell'individuo e dei suoi simili, aveva condotto i sofisti allo scetticismo sull'esistenza di valori universali, mentre invece rappresenta per Socrate il punto di partenza della ricerca per scoprire ciò che esiste di essenziale al di là della molteplicità dei pareri e delle credenze. La possibilità della ricerca è quindi fondata necessariamente sulla convinzione della fallacia delle opinioni individuali, cioè sulla consapevolezza della propria ignoranza.
L'unico sapere che Socrate professa è il “sapere di non sapere”, e in questo senso egli interpreta l'affermazione dell' oracolo che lo definisce il più sapiente degli uomini. Il metodo secondo il quale egli mette in pratica la sua ricerca è il dialogo, la conversazione, il contatto diretto con qualsiasi interlocutore in qualsiasi momento e luogo. Socrate dimostra la falsità delle opinioni che vengono spacciate per vere tramite l'ironia, che caratterizza le domande sempre più serrate da lui rivolte all'interlocutore, che viene indotto a riconoscere la superficialità delle sue convinzioni e a provare l'esigenza di un sapere più autentico. Socrate non possiede alcuna verità da comunicare, si limita a trasmettere lo stimolo e l'interesse verso la ricerca, e definisce questa sua capacità: “maieutica ”, cioè l'arte di far partorire alle menti la verità, paragonandosi alla madre, la levatrice Fenarete.
La conoscenza vera può essere raggiunta solo nel rapporto con gli altri, in quanto solo attraverso il dialogo l'uomo potrà raggiungere la conoscenza di ciò che c'è di veramente autentico e identico in sé e negli altri; questo è il fondamento della conoscenza dell'uomo e del criterio universale di giustizia che deve guidare la sua condotta. Per Socrate la conoscenza della verità si identifica con la sua immediata attuazione, cioè con la virtù. La conoscenza ha quindi un valore anche pratico, in quanto è vera conoscenza solo se coinvolge l'uomo anche nella sua esistenza concreta inducendolo a calcolare con intelligenza le sue azioni per raggiungere una felicità perfetta. Il male risulta quindi originato solo dall'ignoranza, dal non aver saputo identificare il vero bene e dall'aver voluto preferire una gioia immediata e breve a una felicità duratura e completa.
Socrate, ricercando l'universale nell'ambito dei valori morali, ha definito il principio del metodo scientifico, che, tramite ragionamenti induttivi, tende alla definizione del concetto, che esprime l'essenza di una cosa, ciò che una cosa veramente è, al di là di ogni apparenza e mutamento. Socrate, infatti, afferma che solo una conoscenza che abbia valore per tutti gli uomini in tutti i tempi può essere riconosciuta come vera ed essere posta come base della convivenza umana. Egli, pur limitandosi alla ricerca dell'universale nel campo morale e del dover essere, ha tuttavia posto le basi per lo sviluppo del pensiero platonico e aristotelico.
Le scuole socratiche.
La filosofia del IV secolo risentì notevolmente dell'influenza del pensiero socratico; sorsero, infatti numerose scuole che pretesero di continuare il pensiero del maestro in alcuni dei suoi aspetti più significativi. Tuttavia si collegarono anche a dottrine del tutto estranee a quella di Socrate, realizzando sviluppi molto lontani dal punto di partenza iniziale. Le più importanti sono:
1) la scuola megarica che fu fondata da Euclide di Megara (da non confondere col matematico di Alessandria) che tenta una fusione della dottrina socratica con quella eleatica degenerando nella seconda metà del secolo IV nel più completo scetticismo;
2) la scuola cinica fondata da Antistene ad Atene di cui Diogene fu il maggiore rappresentante che giunse ad affermare lo scetticismo di fronte a ogni tipo di conoscenza concettuale e pose la felicità nella eliminazione di tutti i bisogni;
3) la scuola cirenaica fondata da Aristippo di Cirene, che pose la felicità nel godimento immediato del piacere, dal quale però l'uomo deve riuscire a mantenere un certo distacco, per non esserne posseduto. |
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| PLATONE |
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Filosofo greco (Atene 427 -id. 347 a.C.). Avrebbe incontrato Socrate a vent'anni e avrebbe vissuto otto anni presso di lui per accostarsi alla filosofia. Nato da illustre famiglia, avrebbe fatto l'esperienza delle relazioni fra filosofia, giustizia e politica in occasione della condanna del suo maestro. Viaggia molto: in Grecia, in Egitto, a Cirene, nell'Italia meridionale (dove stringe amicizia col pitagorico Archita , che aveva instaurato a Taranto un governo i cui principi si basavano sulla filosofia), a Siracusa, su invito del tiranno Dionigi il Vecchio (che lo scaccia), poi su quello di Dionigi il Giovane (che lo ospita). Nel 387 a.C. fonda ad Atene l'Accademia, il cui ingresso esige: “che nessuno entri se non è geometra.”
Gli scritti di Platone giunti fino a noi sono molto numerosi e presumibilmente rappresentano la totalità della sua produzione filosofica. Ciò si deve in particolar modo al fatto che la Scuola, che egli aveva creato col nome di Accademia , non ha praticamente cessato di esistere, - almeno amministrativamente - fino al VI secolo d.C.: biblioteche, archivi, commentari, ecc., nulla è mancato al platonismo. Inoltre, a partire dal I secolo della nostra era, i neo-pitagorici, i mistici , si servono del platonismo come di uno stendardo filosofico che copre concezioni irrazionali e fumose che contribuiranno a far misconoscere la vera importanza della dottrina; questa non sarà interpretata in tutta la sua ampiezza che nel XIX secolo (Ritter, Zeller e gli storici tedeschi della filosofia).
L'opera di Platone comprende 28 dialoghi autentici. Prima di iniziare i suoi viaggi compone dei dialoghi, nei quali compare la figura di Socrate e si sforza di definire nozioni come la menzogna (Ippia minore), il dovere (Critone), la natura dell'uomo (Alcibiade), la saggezza (Carmide), il coraggio (Lachete), I'amicizia (Liside), la pietà (Eutifrone), la retorica (Gorgia, Protagora). Fra il 387 e il 361 a.C. scrive il Menesseno, il Menone (Sulla virtù), I'Eutidemo (Sull' eristica ), il Cratilo (Sul l'esattezza dei nomi), il Convito (Sull'amore), il Fedone, la Repubblica (Sulla giustizia), il Fedro, il Teeteto (Sulla scienza) e il Parmenide. I dialoghi della maturità sono il Sofista (Sull'essere), il Politico, il Timeo (Sulla natura), il Crizia (l'Atlantide), il Filebo (Sul piacere) e le Leggi.
Il dialogo nel quale non si professa che l'ignoranza, costituisce il momento aurorale della filosofia per quel tanto che essa è amore (philia), dunque desiderio, cioè carenza di sapere (sophia). D'un sapere vero, contrariamente a quello dei sofisti, nella misura in cui il mondo intelligibile è distinto dal mondo sensibile. Il mito della caverna (la Repubblica) descrive l'itinerario che conduce dal mondo sensibile delle apparenze al mondo intelligibile della verità. Secondo Platone, la vera via corrisponde a ciò che l'opinione comune crede sia la morte, altrimenti detta lo stato nel quale rinasce l'anima ogni volta che si separa dalla “prigione” del corpo. Come l'amore carnale deve trasformarsi in amore della bellezza ideale, la matematica parte dalle figure sensibili per arrivare all'intuizione di “figure assolute, oggetti la cui visione non deve essere possibile per nessuno in altro modo che per mezzo del pensiero”. Amore e nozioni matematiche sono dunque le due vie che conducono alla verità. Ma esse devono essere sostituite dalla dialettica per raggiungere il principio supremo: il Bene anipotetico, il sole del mito della caverna. La dialettica è al tempo stesso la via che conduce alle idee e alla scienza dell'articolazione delle idee, della loro partecipazione reciproca. La teoria delle idee permette a Platone di rendere conto dell'errore, dell'illusione e della menzogna di cui i sofisti sono, secondo lui, le vittime. Una volta in possesso della verità, il filosofo ha il dovere di ritornare nella caverna, “sulla piazza del mercato”.
È là in effetti, che si radica uno degli aspetti essenziali della filosofia di Platone: la politica. Qual è il miglior regime possibile (la Repubblica)? Il miglior regime realizzabile (le Leggi)? Che cos'è la competenza in materia politica? In che cosa consiste una politica giusta? Tante domande le cui risposte sono dominate dall'idealismo platonico. Se il bene è un'idea, allora la giustizia dipende dal sapere. Ora se colui che conosce il bene è il filosofo, il filosofo deve essere dunque re. Poiché la città sulla quale regna il filosofo è giusta, l'uomo anche se è schiavo è felice dal momento che vive secondo la sua natura. |
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| ARISTOTELE |
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Caratteristiche generali .
Filosofo greco (Stagira, Macedonia, 384 a.C.). Alla morte di suo padre, 365 ca., Aristotele si stabilisce ad Atene, dove segue i corsi di Platone all'Accademia fino al 348. Diventa, in seguito, il precettore di Alessandro Magno; ritorna ad Atene nel 335, dove fonda il Liceo e scrive la maggior parte delle sue opere.
I suoi scritti destinati al pubblico sono andati perduti, ci rimangono soltanto le Annotazioni di cui si serviva per preparare i suoi corsi; l'insieme imponente che costituisce quest'opera ha rischiato di subire la stessa sorte: ritrovati da Silla al momento della guerra contro Mitridate nell'84-83 a.C. essi sono pubblicati da Andronico di Rodi nella seconda metà del secolo (essi circolavano del resto dalla morte del maestro: gli stoici li hanno ampiamente utilizzati). Dopo il IV secolo, al tempo di Sant'Agostino, l'opera di Aristotele, ancora studiata ad Atene e a Edessa, comincia a cadere nell'oblio in Europa occidentale, mentre viene tradotta in siriaco (529, per iniziativa del re dei Persi Cosroe), poi in armeno, nell'VIII secolo, in arabo (per iniziativa dei califfi abassidi); l'Islam introduce di nuovo Aristotele in Europa; le prime traduzioni latine datano dal XIII secolo (traduzione delle opere complete di Guglielmo di Moerbeke, finita nel 1281, sette anni dopo la morte di san Tommaso d'Aquino).
La maggior parte delle dottrine di Aristotele, riviste dalla scolastica, sono;state ricollocollocate nel movimento generale del pensiero dello stagirita, ricordiamo che l'ordine delle conoscenze, secondo lui, deve essere il seguente:
- scienza del metodo generale di pensiero (logica),
- scienza delle cose create non mobili (la matematica, che egli non affronterà),
- scienza delle cose e degli esseri dotati di movimenti (la fisica e le scienze particolari che vi si riferiscono),
- scienza dell'essere in quanto essere ( ontologia o filosofia prima).
Concezione della scienza .
L'ideale di Aristotele è di classificare tutti gli esseri della realtà in una serie di generi e di specie sui quali si articolerà la deduzione sillogistica; è l'ideale di uno zoologo classificatore: non vi è più alcuna traccia dell'ordinamento matematico dell'universo o della teoria delle idee. Il mondo reale è come viene presentato dalle mie percezioni; la natura è una combinazione di forma e di materia, una successione gerarchica di esseri in potenza e di esseri in atto con un essere atto puro (Dio), separato dal mondo e primo motore del mondo. Le teorie delle cause, del movimento, del vuoto, ecc., sono state commentate durante tutto il Medio Evo.
La Vita Morale
Vivere bene, agire bene, questo è lo scopo della morale. Ma che cosa significa vivere bene? É vivere secondo il pensiero e non come un animale; la felicità verterà dunque in una realizzazione delle virtualità che sono nell'anima umana secondo la più completa perfezione. Questo vivere bene deve essere costante (è il senso della famosa frase “ una rondine non fa primavera ”) e la felicità non sarà un semplice modo di essere, poiché essere felici senza saperlo non significa essere felici.
La felicità ha dunque due serie di condizioni: da una parte delle condizioni esteriori che vi contribuiscono a titolo di mezzo (la salute, la ricchezza, gli onori non fanno la felicità, ma la loro assenza o il loro eccesso può rovinarla) e delle condizioni interiori che sono le virtù proprie dell'anima.
Vi sono due specie di virtù: quelle che riguardano le nostre tendenze e i nostri desideri, sono le virtù etiche, quelle che sono il frutto della nostra attività intellettuale, sono le virtù dianoetiche e conducono alla saggezza. La realizzazione di una virtù presuppone dunque da una parte una certa disposizione nei riguardi di questa virtù, e dall'altra un pensiero che distingua il bene dal male. Di tutte le virtù dianoetiche è la prudenza che impone alle nostre tendenze naturali una forma che ne farà delle virtù o dei vizi, a seconda che sia una prudenza ben pensata o una prudenza mal pensata.
Quanto alla virtù etica per eccellenza, essa è il giusto mezzo , poiché la felicità, il benessere sono ad uguale distanza dal troppo e dal troppo poco; il coraggio sarà il giusto mezzo fra la viltà e la temerarietà e così via.
A questa morale della felicità nel giusto mezzo che egli propone a tutti gli uomini, Aristotele sovrappone una morale di carattere intellettuale, socratico, analoga alla morale del saggio di Platone. Questa dualità testimonia le esitazioni del pensiero aristotelico, sia concreto che astratto.
Per Platone il bene supremo apparteneva al mondo delle idee, era trascendente ; per Aristotele è immanente , realizzabile: è la felicità, che coincide con la realizzazione completa di ciò che c'è di virtuale, cioè di specifico ed essenziale nella natura umana, che viene identificato nella ragione. L'uomo raggiunge quindi la felicità nell'esercizio della ragione e nella contemplazione del vero, estraniandosi dal mondo sensibile. Aristotele riconosce che non è possibile a tutti gli uomini raggiungere questo tipo di felicità; essa è riservata ai filosofi, i quali soltanto possono realizzare compiutamente la virtù della “diania”, che coincide con l'attività intellettiva.
Realizzabili da parte di tutti gli uomini sono invece le virtù morali o etiche, che coincidono col dominio della ragione sugli appetiti sensibili, sulle passioni e i sentimenti.
L'uomo che possiede la virtù morale sarà indotto a scegliere il giusto mezzo fra due estremi altrettanto negativi, anche se uno per eccesso e uno per difetto. Il coraggio, ad esempio, che riguarda ciò che bisogna temere o non temere, è il giusto mezzo fra la temerarietà e la viltà.
La virtù in quanto tale, sia dianoetica sia etica, non si realizza tuttavia in atti isolati nel corso dell'esistenza, ma deve essere un “abito”, cioè un'attitudine costante della volontà che si manifesta in tutte le azioni dell'uomo.
Secondo Aristotele l'uomo non può realizzare la virtù se non all'interno della vita dello Stato, il quale si assume il compito di educare i cittadini al conseguimento della virtù. L'uomo non sarebbe in grado da solo di determinare la sua esistenza in modo da realizzare compiutamente le potenzialità in lui presenti: egli viene definito da Aristotele un “animale politico”, che trae dal rapporto coi suoi simili la possibilità di realizzare sé stesso. Aristotele si pone il problema di quale sia la costituzione dello Stato più adatta a svolgere questo compito educativo nei confronti dei cittadini, e analizza a questo proposito numerose forme di costituzione esistenti in quel tempo in Grecia, arrivando alla conclusione che lo Stato ideale è quello in cui prevale la classe media, che meglio delle altre può interpretare gli interessi della totalità dei cittadini, in quanto tende spontaneamente ad evitare gli eccessi che si verificano quando va al potere la classe dei possidenti o dei nullatenenti.
Fra le costituzioni esistenti egli considera migliori, secondo questo aspetto, la monarchia, l'aristocrazia, o governo dei migliori e la democrazia, o governo del popolo. Di queste tre forme di governo è preferibile quella che tale risulta secondo le particolari condizioni storiche e sociali del momento; quindi non esiste una forma di governo che in assoluto prevalga sulle altre, ma solo un criterio generale di giustizia che deve essere comunque realizzato. |
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