Filosofia e Storia della letteratura: emperismo kantismo. Gli autori e scrittori del passato che hanno contribuito alla cultura dell'uomo
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emperismo e Kantismo del XVIII Secolo
IMMATERIALISMO DI BERKELEY DEL XVIII SECOLO

Giorgio Berkeley è unl filosofo letterario di origine inglese più importante della prima metà del Settecento. Per tutta la sua vita, si impegnò nella lotta contro il "materialismo e l' ateismo" , proponendosi come esponente di una dottrina idealistica di ispirazione platonizzante. Berkeley è convinto che la causa di tutte le cose naturali è soltanto Dio e che pertanto è cosa frivola andarsi informando delle cause seconde.

La teoria dell'astrazione è il punto di partenza del sistema: gli errori e le difficoltà della filosofia derivano dal fatto che noi crediamo di poter avere idee astratte e generali; di fatto noi abbiamo soltanto idee particolari e quando diciamo “il triangolo”, noi intendiamo un triangolo, con una data superficie, dati angoli ecc.; un “triangolo in generale” non corrisponde a nessun pensiero; è soltanto una parola ( nominalismo ) o, a rigore, un certo modo di pensare, una nozione ( concettualismo ).

• Di conseguenza la materia, che è un'idea astratta, non esiste; alla parola “materia” non corrisponde alcuna intuizione, alcuna conoscenza immediata. Se del resto ci si chiede “Cos'è un oggetto?”, l'analisi del pezzo di cera è un gioco dello spirito: un oggetto è soltanto la percezione che ne ricavo; essere, significa essere percepito (esse est percipi). Si può giungere a questo immaterialismo anche mediante la critica delle qualità secondarie (soggettive) e persino primarie (l'estensione e il movimento sono idee astratte).

• Le percezioni costituiscono il mondo sensibile; non le produciamo noi stessi, poiché sono indipendenti. Poiché la materia non è considerata la causa delle nostre percezioni, esse sono prodotte da uno spirito superiore al mio spirito, cioè da Dio: Dio, soggetto supremo, causando le sue percezioni, crea il mondo (delle percezioni) che a mia volta io percepisco. Essere è dunque in questo caso, percepire (esse est percipere).

Lo spirito attivo (Dio) che produce le percezioni è libero e i suoi stati di coscienza sono contingenti; se nonostante ciò il mondo ci sembra organizzato secondo delle leggi, significa che Dio ha deciso così perché noi possiamo utilizzare con profitto queste percezioni quando diventano le nostre percezioni.

• Nella sua ultima opera ( Siris , o riflessioni e ricerche filosofiche sulle virtù dell'acqua di catrame e vari altri argomenti collegati tra di loro e nascenti l'uno dall'altro , 1744), Berkeley cerca, con un entusiasmo da poeta, di dimostrare l'accordo di tutti i filosofi - da Platone a se stesso - sul problema della realtà; egli elabora così una teoria dell'etere e della possibilità di conoscenze extra sensibili che lo porta ad un neo-platonismo quasi “illuministico”; i suoi sforzi di erudizione (abbastanza rari per l'epoca) non mancano di meravigliare, come la conclusione della sua visione mistica: se l'esperienza degli altri (Platone, ecc.) si accorda con la sua, non occorrerebbe evocare una “ iniziazione ” comune?

• Berkeley si chiede se le sue costruzioni teoriche di stampo rigidamente idealistico distruggano il presupposto materialistico dell'esistenza della sostanza corporea come elemento possibilitante della scienza. Egli risponde che “ non c'è un solo fenomeno spiegato con l'ipotesi della materia che non possa venir spiegato altrettanto bene senza la materia; spiegare i fenomeni è lo stesso che mostrare perché in certe occasioni noi siamo impressionati da certe idee; e poiché la materia non serve affatto a ciò, essa non serve a nulla in fisica ”.

In questo passo berkeleyano è riassunto il concetto desostanzializzante del mondo fisico, che rappresenta uno dei capisaldi teorici del pensiero del vescovo inglese. La scienza perde quindi il suo carattere di sostanzialità, di necessità e di assolutezza, ed è relegata ad una funzione accessoria nella sua inevitabile perdita di un reale valore conoscitivo. L'intento finale di Berkeley è quindi di carattere religioso, infatti, quanto più la scienza si riduce a cogliere il puro nesso dei fenomeni e la loro successione costante, tanto più è garantita la vicinanza di Dio alla natura e all'uomo.
DAVID HUME

Questo filosofo scozzese vissuto dal 1711 al 1776, era famoso nel suo piccolo paese come storico letterario filosofo, Egli era stimato come filosofo soltanto dagli enciclopedisti francesi (accompagnò Rousseau in Inghilterra nel 1766), è il più grande filosofo del XVIII secolo dopo Kant.

• Tradizionalmente è considerato - precisamente da Kant - il negatore assoluto del razionalismo. Conducendo la critica delle idee astratte di Berkeley fino alle estreme conseguenze, egli rifiutò lo spirito per le stesse ragioni che il suo contemporaneo invocava per rifiutare la materia; quando gli si domandava da dove proveniva il suo ateismo , egli rispondeva con una battuta: “ É Monsignor Berkeley che me l'ha insegnato ” (Berkeley era vescovo di Cloyne, in Irlanda, dal 1734).

Poiché tutto, per Hume, si riduceva ad impressioni e stati soggettivi ne deriva che ogni scienza è impossibile.

• Di fatto, Hume non è stato un distruttore integrale: capiremo meglio il suo sistema se pensiamo che i suoi “maestri del pensiero” furono il moralista Hutcheson e Newton.

Dal primo egli prende la sua teoria della conoscenza sentimentale delle cose che, per simpatia, fornisce all'io osservatore delle credenze naturali (come l'idea di causa); ma a Newton, Hume è debitore dell'idea di un io facente parte della natura (e non staccato parzialmente da essa per poterla osservare): da ciò deriva la spiegazione associazionistica della vita mentale; la tesi: causalità = associazione abituale e l'empirismo.

Una idea , per Hume, è dunque sia una credenza naturale che una percezione, qualche cosa di universale e qualche cosa di particolare: questa ambiguità è la causa di alcune contraddizioni apparenti del suo sistema. Aggiungiamo infine che Hume attribuisce due funzioni alla ragione: una funzione analitica generatrice della matematica, indiscutibile, e una funzione sintetica (generatrice della fisica e della metafisica, discutibile). É a questo livello che si introdurrà la grande riflessione critica kantiana.

Religione e morale. “Tutto ciò che esiste deve avere una causa o ragione della sua esistenza, essendo assolutamente impossibile per una cosa qualunque produrre sé stessa o essere la causa della sua propria esistenza; perciò, risalendo dagli effetti alle cause, dovremo proseguire in una successione infinita, senza mai raggiungere una causa finale, o dovremo alla fine far ricorso a qualche causa finale che sia necessariamente esistente”. Le principali conclusioni della filosofia humiana sono dunque la critica del razionalismo metafisico del Seicento e la concezione razionalistica della scienza emerse in questo secolo, ed anche l'elaborazione delle premesse di una nuova concezione della scienza su base sperimentale.

In un celebre passo Hume dice: “Quando scorriamo i libri di una biblioteca, persuasi di questi principi, che cosa dobbiamo distruggere? Se ci viene alle mani qualche volume, per esempio di teologia o di metafisica scolastica, domandiamoci: contiene qualche ragionamento astratto sulla quantità o sui numeri? No. Contiene qualche ragionamento sperimentale su questioni di fatto o di esistenza? No. E allora gettiamolo nel fuoco, perché non contiene che sofisticherie e inganni”.
KANT

Visione generale del Kantismo.

Kant Immanuel, era un filosofo tedesco (Königsberg 1724 – id. 1804), che proveniva da una famiglia protestante dalle origini scozzesi; ricevette un educazione severa di stampo pietistico che lo condizionò per tutta la vita e questo emerge nelle sue opere riguardanti la morale e la libertà.

Poco ricca di avvenimenti importanti, la vita di questo figlio di sellaio è quella di un professore che non lascia mai la sua provincia natale.

L'opera di Kant viene suddivisa in due parti: l'opera precritica (dal 1747 al 1770) e l'opera critica (o criticistica) a partire dal 1781, anno della I edizione della Critica della ragione pura ; il “vuoto” di 11 anni corrisponde alla preparazione di quest'opera fondamentale, annunciata, dal 1770, dalla Dissertazione del 1770, monografia composta da Kant per ottenere la cattedra dl professore titolare all'Università. Il periodo precritico ha soltanto un interesse storico; esso comprende una quantità dl piccoli trattati che si riferiscono al razionalismo di Wolf e di Leibniz, all'empirismo e ad alcuni problemi scientifici sulle forze vive, la rotazione della Terra e la cosmologia . Ciò che viene chiamato kantismo è la filosofia esposta nella Critica della ragione pura e nelle opere che seguono.

Il problema generale che si pone Kant è il vecchio problema dell'essere e del conoscere e la sua risposta pone a contatto il realismo cartesiano e l'idealismo empiristico; schematicamente il suo sistema si riduce ad alcune semplici affermazioni.

• Esiste una realtà assoluta (il noumeno o la cosa in sé), ma essa è al di fuori della mia conoscenza: io so che il noumeno esiste, ma ignoro ciò che è come è.

• La mia conoscenza è per prima cosa sperimentale; essa consiste in una serie di percezioni (le intuizioni sensibili) disordinate; le une riguardano i miei stati interiori (sensibilità interna), le altre sono le sensazioni, indipendenti da me e provenienti dal mondo esterno (sensibilità esterna). Queste intuizioni ( intuizione significa, ricordiamolo, “conoscenza immediata, senza intermediari”) sono ricche, ma variabili, molteplici, mutevoli (è il diverso dell'intuizione).

• Questo diverso si svolge in “quadri” che non sono oggetto di intuizioni sensibili; i miei stati di coscienza si succedono nel tempo (senso interno) e le mie percezioni sono ordinate nello spazio (senso esterno). Il tempo e lo spazio sono una architettura all interno della quale si disperdono le intuizioni sensibili: essi sono i quadri (Kant dice: le forme) della sensibilità; come lo spazio e il tempo sono al di fuori della mia esperienza e condizioni della mia esperienza si può persino precisare: essi sono le forme a priori della sensibilità (a priori significa, nel linguaggio kantiano anteriore ad ogni esperienza e, di conseguenza indipendente da questa esperienza). Questo carattere a priori dello spazio e del tempo permette l'esistenza della matematica e della meccanica (scienza del movimento).

• Quando io dico: “ Il sole scalda la pietra ” io stabilisco un legame fra due intuizioni sensibili: quella del sole e quella del calore della pietra: è un legame causale . Facendo così ho superato lo stadio dell'intuizione sensibile: gli oggetti non sono più percepiti ma pensati ; pensare consiste nell'applicare al diverso sensibile relazioni nel campo della causalità pensare è un operazione dello spirito di grado superiore alla percezione; l'insieme di tutti i nostri pensieri sul mondo costituisce la scienza. Kant ha chiamato categorie queste relazioni molto generali; esse costituiscono il mondo dell'intelletto. Conoscere significa imporre le categorie dell'intelletto alle intuizioni sensibili nei quadri dello spazio e del tempo.

• Si può andare oltre? Nella misura in cui le categorie sono quelle dello spirito umano la visione dell'universo che ne deriva è una visione su misura dell'uomo una conoscenza relativa: per raggiungere una realtà assoluta (il noumeno) bisognerebbe poterla conoscere con lo spirito, con la spontaneità con la quale i nostri sensi ci danno le impressioni di caldo e di freddo, cioè bisognerebbe avere delle intuizioni intellettuali; ma niente prova che noi possiamo averne. Inoltre se ne avessimo noi potremmo pensarle soltanto applicando loro le categorie, cioè rendendole relative a noi, spodestandole del loro carattere assoluto; conclusione: la cosa in sé non è conoscibile, e fissare una metafisica significa un uso illegittimo delle categorie. L'uomo può raggiungere soltanto l'apparenza delle cose, i fenomeni e deve rinunciare all'assoluto e ai noumeni .

Così Kant è sia idealista sia realista. Idealista perché tutta la conoscenza si riduce allo spirito al soggetto che conosce; realista perché da una parte questa conoscenza è la stessa per tutti (tutti gli uomini hanno le stesse categorie) il che garantisce la sua obiettività e d'altra parte Kant ammette l'esistenza del noumeno al di là dell'esperienza (trascendente l'esperienza); il filosofo ha battezzato il suo sistema: idealismo trascendentale.

Aspetto tecnico del Kantismo

Kant ha introdotto in filosofia un lessico e un metodo d'analisi rigoroso; ha utilizzato un lessico abbandonato o ignorato dal cartesianesimo: i termini tecnici - “gergo” per i profani - vi abbondano e sono entrati nella tradizione. Noi riprenderemo ora le grandi linee dell'esposizione kantiana.

• Cos'è conoscere?

La conoscenza feconda è evidentemente legata ai giudizi sintetici, poiché il legame soggetto-attributo mi insegna qualche cosa di nuovo; l'esperienza rende possibili i giudizi sintetici a posteriori; rimane da sapere a quali condizioni un giudizio sintetico a priori è possibile: il problema è tanto più importante in quanto la necessità di un giudizio il suo carattere apodittico (come dice Kant) esiste soltanto se esso è indipendente da ogni esperienza, cioè a priori.

Poiché la scienza è, per definizione, il campo del necessario, essa deve basarsi su giudizi sintetici a priori: è il caso della matematica (questo spiega la sua necessità e la sua fecondità) ed è il caso della fisica i principi fondamentali; è pure il caso della metafisica?

La critica della ragion pura è la risposta al problema generale: come sono possibili dei giudizi sintetici a priori ? Partendo dal fatto che l'uomo ha soltanto due facoltà di conoscenza, l'intelletto e la sensibilità, essa si divide come segue.

- Studio della sensibilità (Estetica trascendentale, il termine “estetica” è considerato nel suo senso etimologico: aisthesis = la sensazione). Esiste nella conoscenza sensibile qualche cosa di a priori : le forme dello spazio e del tempo. Questo apriorismo dà la possibilità di giudizi sintetici a priori in matematica.

- Studio dell'intelletto (Analitica trascendentale): l'elemento a priori è rappresentato dalle categorie; da ciò la possibilità di giudizi sintetici a priori in fisica.

- Poiché non vi è una “terza” facoltà di conoscenza, non vi sono altri elementi a priori nella conoscenza, che deve dunque limitarsi alla fisica; ogni metafisica è dunque impossibile; l'ultima parte della Critica , intitolata Dialettica trascendentale smantella i ragionamenti tradizionali della metafisica sul mondo le contraddizioni o antinomie della ragione, l'io (non si può passare senza contraddizione, dall'io penso all'io sono ) e Dio (critica delle prove classiche sull'esistenza di Dio, specialmente dell'argomento ontologico .

Estensione della critica. Il kantismo ha fissato dei limiti al potere della ragione: essa non può conoscere la cosa in sé. Ma la ragione è unicamente una facoltà di conoscenza? No, pensa Kant: essa può anche regolare le nostre azioni poiché in tutti i nostri comportamenti esiste un elemento a priori che è la volontà di compiere il proprio dovere, la buona volontà.

Dopo aver esaminato i poteri della ragione teorica, occorre dunque studiare quelli della ragione pratica che fonda la morale; essa si esprime nell' imperativo categorico :

“Agire in tal modo che tu possa voler erigere la massima della tua azione a legge universale della natura”.

Questo è ciò che Kant chiama anche la legge morale.

Da allora si pone un nuovo problema: come deve essere la realtà perché sia possibile la legge morale? Questa domanda assomiglia a quella che noi poniamo a proposito dei giudizi sintetici a priori. Il corrispettivo della Critica della ragione pura è la Critica della ragione pratica che porta alla seguente risposta: la legge morale implica una volontà libera nell'uomo, l'immortalità dell'anima e la fede in Dio. Per un capovolgimento di punti di vista, Kant introduce di nuovo nella filosofia, per la via traversa della morale, tutto ciò che aveva eliminato in nome della critica della conoscenza.

Nello stesso tempo, Kant trasforma le scienze morali: invece di partire da un principio (per esempio Dio) che impone il dovere, egli parte dall'esperienza del dovere per fissare il principio: Dio; partendo dall'esperienza storica (la Rivoluzione francese), egli risale ai principio che essa presuppone: una predisposizione morale del genere umano per il diritto; l'uomo può essere migliorato (egli ha scritto un trattato Sulla pace eterna , 1795).

La critica del giudizio. Nel 1790, con la Critica del Giudizio , Kant perviene al compimento del grande trittico che già aveva iniziato con la Critica della ragion pura e proseguito con la Critica della ragion pratica . Al centro dello studio di Kant non è la conoscenza, e con essa la critica del giudizio conoscitivo; egli considera invece quel giudizio da lui definito “giudizio riflettente”, proprio perché la conoscenza sensibile non viene riferita ad un concetto “in vista di una determinata conoscenza”, ma esclusivamente al soggetto. Quando la contemplazione di un cielo stellato in una notte limpida ci porta a considerare le stelle - non tanto come oggetti di esperienza scientifica, bensì come qualcosa la cui vista suscita commozione ed esaltazione del nostro sentimento - abbiamo la forma più semplice di giudizio riflettente, il giudizio estetico. Si tratta dunque di un giudizio che elude i nessi concettuali come quelli di sostanza e causalità per esprimersi addirittura al di fuori dell'esperienza. Il sentimento estetico, secondo il filosofo di Königsberg, non dà dunque luogo ad alcuna conoscenza.

Kant afferma che il giudizio estetico “non è fondato su tendenze soggettive, ma chi giudica si sente del tutto libero riguardo al compiacimento che lo unisce all'oggetto, nel senso che egli non trova, come causa del compiacimento, alcuna condizione personale che inerisca al suo singolo caso e deve considerarlo fondato in qualche cosa che egli deve presupporre anche in altri; egli crederà dunque di aver ragione di attribuire a ciascun altro un compiacimento simile; e così parlerà del bello come se la bellezza fosse una proprietà dell'oggetto”.

Kant e la religione. Kant prende in considerazione il problema religioso nello scritto dal titolo: La religione nei limiti della semplice ragione pubblicato nel 1793. Fu questo scritto a provocare la reazione di re Federico Guglielmo, il quale accusò il filosofo di “aver usato male del suo ingegno, mettendosi a denigrare e deformare parecchi dogmi capitali e fondamentali della Sacra Scrittura e del cristianesimo, agendo così contro il dovere di insegnante ufficiale e di maestro della gioventù”.

Secondo Kant la religione non è determinata teoricamente, bensì moralmente, ed, in ultima analisi è la morale che fonda la religione e non il contrario. Accanto alla religione c'è la Chiesa, una società religiosa anch'essa fondata sulla morale, perché essa non può unire gli uomini che sotto il profilo dei doveri morali.

Conclusione

• Kant ha risposto alle critiche degli empiristi; egli ha, in tal modo, restaurato i valori che lo scetticismo tendeva a distruggere: la scienza, la religione, la libertà. e ciò respingendo la metafisica. In fondo il kantismo è la dimostrazione tecnica dell'importanza dei valori fissati e del loro fondamento e questa è la ragione per cui i successori di Kant l'hanno tanto combattuto; nessun progresso è possibile, poiché le categorie sono immutabili, non cambieranno nessuna relazione umana, il dovere è rigoristico. Lo storico francese della filosofia E. Bréhier riassume così questo carattere del kantismo.

L'a priori kantiano segna sia il dominio sia l'assoggettamento dello spirito.

• Kant è stato studiato e commentato, in Germania, a partire dalla comparsa della Critica della ragion pura ; si devono segnalare due autori: Reinhold (1758-1823) e soprattutto Salomone Maimon (1754-1800). Ma dal 1792 Kant è attaccato (Schulze, difensore dello scetticismo); Fichte e Schelling — benché affermino di prolungare il kantismo — ne sono già molto lontani nelle loro prime grandi opere.

Infatti, tutte le limitazioni della realtà, della conoscenza, dei campi della ragione sembrano alle giovani generazioni post-kantiane una rinuncia all'unità della vita dello spirito, all'unità umana. Nessuno, più di Kant, ha separato intelletto e ragione, in sé e fenomeni, scienza e metafisica; impedendo l'assoluto, egli ha risvegliato la nostalgia dell'assoluto, rifiutando ogni metafisica, egli ha aperto la porta al periodo più “metafisico” della storia della filosofia, il post-kantismo.
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